Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere (e nel frattempo hanno pulito altri cinque pianeti)

Riflessione semi-seria sui rapporti d’amore e del perchè a volte sto con Lorena Bobbit.

Lo so, è una discussione che avrete sentito un miliardo di volte, ne parla un mese sì e l’altro pure Cosmopolitan. Ma d’altronde io questa settimana di viaggi non ne ho fatti perchè – cari i miei fringuelli – i soldi non crescono sugli alberi. Anzi, incurante del pericolo che deriva da un lavoro in cui mi possono mandare a casa con 15 giorni di preavviso, ho preso l’IPhone 6 con un abbonamento di trenta mesi. Se mi facevo una canna davanti alla caserma dei carabinieri mi davano di meno.

In conclusione, ho fatto ben poco in questo periodo, tranne lavorare e cercare di capire perchè a volte i panni profumano un sacco, a volte sembra che li abbia lavati nel Gange.

Qualche giorno fa ho letto un articolo dell’Huffington Post, che suonava più o meno così: “se sei single vivi almeno dieci anni in più”. Naturalmente il giorno dopo ce n’era un altro dal titolo “se ti sposi, le possibilità di un tumore diminuiscono” e “andare a letto regolarmente con la tua squadra di calcetto non fa di te George Michael”. Insomma stiamo parlando di un’informazione di livello.
D’altronde lo dicono anche i National che It takes an ocean not to break, in una canzone che se non avete ascoltato vi meritate “l’estate addosso” tutto l’anno ma nel senso di sudore, zanzare e Jovanotti che vi parla per filastrocche. Ma siccome sono una nota filantropa, eccovi il brano: Terrible Love. Da notare come non si intitoli “l’amore è una cosa meravigliosa tanto che ora faremo un trenino di felicità”.

L’amore è una cosa terribile, è faticoso, richiede impegno, toglie energie e tempo. Un noto poeta ha sintetizzato quello che ci hanno obbligato a studiare per tutte le scuole dell’obbligo, con una bestemmia. L’amore blasfemo, l’amore sacro. L’amore che ti delude dopo trent’anni di matrimonio.

Ecco una lista di cose che mi fanno calare il velo rosso davanti agli occhi e pensare che si stava meglio quando si stava soli:

1) Per quanto tu possa essere Samantha Cristoforetti, l’uomo fa un lavoro più importante, più impegnativo, molto simile a quello di Dio quando all’inizio era il caos. Tu hai risolto il debito pubblico? Lui lo ricrea per poi estinguerlo. Tu hai condotto la corazzata Potemkin? Lui ha conquistato le Americhe con la sola armata gialla.

Ma senza arrivare a professioni estreme, rimaniamo su una realtà più conosciuta. Fate entrambi due lavori normali, più o meno gravosi, pagate le tasse e riuscite a farvi una vacanza una volta l’anno. Tu in più hai sulle spalle la gestione di casa in nome di un atavismo più resistente di un tatuaggio. La casa, quasi sempre, è per l’uomo un elemento connaturato alla donna come le tette. Non fa parte di un lavoro, è come spazzolarsi i capelli, si fa in automatico. E quindi arriva la fine della giornata che ha visto te svolgere il tuo mestiere, fare la spesa, dividere la spazzatura negli appositi contenitori perchè noi vogliamo bene al pianeta, pulire il bagno, raccogliere i panni, assemblare una specie di cena e lui è stanco. Perchè sempre in nome di un qualcosa di ancestrale, lui lavora con il sudore della fronte, quindi è stanco e di solito lo preannuncia con la frase: “Non sai che è successo oggi a lavoro”. E manco lo voi sape’.

2) Lui parla. Magari non necessariamente dei suoi sentimenti, ma lui parla. Ti racconta mirabolanti avventure sul luogo di lavoro, ti racconta nel dettaglio quello che ha mangiato a mensa, quello che ha sognato, quello che distribuisce la macchinetta in corridoio. Ti tiene con l’orecchio sudato al telefono per elencarti minuziosamente quello che ha comprato al supermercato, snocciola i prezzi dei prodotti e delle offerte, poi torna a casa e si mette ai fornelli. Che è una cosa bellissima se solo dopo non dovesse intervenire la S.W.A.T.

3) Il fatto è che il concetto di pulizia, banalmente, non è immediato come l’erezione al mattino. Mi hanno raccontato di uomini che mettono a posto di loro spontanea volontà. D’altronde mi hanno detto che esistono anche gli alieni, posso crederci ma io finora non li ho mai visti.

Passare l’aspirapolvere e fare il bucato sono l’equivalente del terzo dan, ma ci sono altre cose essenziali invisibili agli occhi. Esempio: la biancheria di casa. Se ne accorgono che le lenzuola non sono sempre le stesse? Che gli asciugamani non hanno bisogno di un processo di stagionatura? Che persino gli stracci hanno una loro dignità?

Per non parlare della toelettatura. Loro non hanno un bagno, ma l’Acquafan di Riccione. Riescono a ricreare, mentre si fanno la barba, bellissimi giochi d’acqua degni dei giardini di Versailles. Passano dal tappetino bagnato alla pozzanghera sotto il lavandino con la disinvoltura di Roberto Bolle. E a te non resta che rimettere insieme il Vajont dopo la frana.

4) Purtroppo l’atavismo non è un’opinione. L’uomo gira ancora con la clava e la donna prepara la zuppa di triceratopo. Ci sono quelle giornate in cui ti sei fermata solo per accenderti una sigaretta, aspettando che il pavimento si asciughi, ti fa male la schiena, hai le sembianze della Sora Lella e commetti L’ERRORE. Esci e dimentichi il portafoglio, oppure ti chiudi la porta con le chiavi dal lato sbagliato. Pare che siano crimini punibili al tribunale dell’Aia. A quel punto parte una pletora di “Ma io dico dove hai la testa?!”, “Io non ho mai perso neanche un accendino” e “Lo vedi? Fai sempre tutto di corsa tu”.

Oppure abbiamo la variante affettiva. I suoi amici si vestono meglio, fanno battute più divertenti, sono tutti piccoli orfanelli che oggi fanno l’amministratore delegato, parlano settordici lingue. I tuoi sono degli essere mitologici, metà circolo dell’onanismo, metà grandi magazzini.

E ancora c’è la versione pragmatica: questo non lo faccio, qui non mi va di venire, no oggi no. Il tutto sotto l’egida della sincerità. Basta dire quello che si prova per essere scagionati da qualsiasi accusa di malevolenza. Senso del dovere, senso civico o dell’educazione non pervenuti.

5) Gran finale. Siccome sono figlia della letteratura di Hornby, il mio elenco deve contenere cinque punti. L’ultimo riguarda la malattia o presunta tale. Ci sono donne che, con le mestruazioni, si aggrappano alle tende come dive del muto, ma in generale noi abbiamo la situazione sotto controllo anche con 40 di febbre. L’uomo viene abbattutto da un raffreddore, stordito da un mal di testa e devastato da un taglio che si è procurato con un foglio di carta. Si avvolge nel suo sudario rigirandosi nel letto e chiedendo a gran voce cose a caso. Se è inciampato per strada pretende il fisioterapista del Barcellona. Se si è graffiato, un trapianto di epidermide. In tutto ciò mai una volta che morisse sul serio.

Detto ciò, chi ce lo fa fare? Chi me lo fa fare!? L’istinto alla procreazione?

So che morirò chiedendomelo. Ma so anche che ci sono volte in cui si gira nel letto e mi abbraccia, in cui guardiamo la televisione, fa una battuta e ridiamo, mi porta una costruzione Lego, non deride le mie passioni strampalate, esce dalla doccia e lo trovo bellissimo, ecco, tutte queste volte so che schiatterò forse con dieci anni di anticipo, ma mi sarò tanto divertita.

Incredible Tuscia (con la musichetta di Incredible India)

Mi stavo chiedendo: ma ora che racconto anche di questo weekend, io al prossimo articolo che vi dico? Tocca che mi organizzo per vedere qualche film, andare a visitare un posto nuovo o commettere qualche crimine. Insomma avere qualcosa di cui parlare. All’improvviso ho l’ansia da prestazione. Quasi quasi chiudo il blog, falsifico il passaporto e saprete di me da mia madre che piange su Chi L’Ha Visto.  Ma prima lascio la mia ultima testimonianza, scrivendo sul weekend appena trascorso.

VENERDI’ – In occasione della 57esima Fiera del Vino di Montefiascone, rientro tra quei pochi eletti invitati a partecipare sotto l’egida di Instagram. Per quanti non lo sapessero, Instagram è quella applicazione per smartphone che vi permetterà di creare nuovi amici, quando i vostri si saranno stufati di aspettarvi mentre fotografate la cena. I nuovi amici in questione rientrano nella figura istrionica e appassionata di Mauro Rotelli, social media manager e social media strategist che opera nel’ambito del comune di Viterbo. Questa premessa era necessaria per introdurre la persona che ha permesso un weekend fantastico e primo, per quanto mi riguarda, nel suo genere. Io già sono grata se mi offrono un caffè, figuriamoci se si tratta di un fine settimana viziata e coccolata. Detto ciò, ritorno al racconto di come, per l’ennesima volta, mi hanno convinta a svegliarmi all’alba. Comincio a sospettare di droghe fatte scivolare nel mio bicchiere il giorno prima. Il primo contatto con i nostri ospiti è avvenuto fuori dalla stazione di Orte dove ci aspettavano due Mercedes gentilmente offerte da Star Auto Srl (se vi avanzano due spicci). Non mi chiedete che modello sono, ma in linea di massima uno di quelli che costa quanto casa mia con dentro tutta me che vi lavo e vi stiro. Tempo che il contachilometri raggiungesse un’altra epoca e siamo stati portati in albergo, il Balletti Park Hotel, per poi proseguire verso uno dei miei luoghi preferiti: il ristorante. La cena è stata offerta da Al Vecchio Orologio (qui), un locale con le travi a vista che ci ha deliziato con lombrichelli cacio e pepe, accompagnati da fiori di zucca e zucchine e un’ottima cheesecake. Il tutto annaffiato da vino bianco. Già qui mi avrebbero potuto accompagnare a casa e sarei stata contenta di essere stata ricevuta con grande ospitalità, ma siccome questa è una vita difficile con felicità a tratti, la serata si è conclusa con un giro notturno a Civita di Bagnoregio. Ora. Civita di Bagnoregio è un borgo bellissimo che si erge su una valle di calanchi, da vedere almeno una volta prima di morire. O prima che muoia lei, visto che è chiamata anche la “città che muore”. In effetti, questo piccolo paese arroccato è raggiungibile solo tramite un lungo ponte in cemento, per via dell’erosione della collina su cui si trova, che lo rende isolato ma anche sicuro. Gli abitanti accertati, infatti, sono 12, che stanno tutto il giorno a toccare ferro ma che, d’altra parte, possono lasciare la porta aperta, tanto a chi caspita va di farsi tutta quella salita per rubare qualcosa? Io stessa, a metà percorso, guardando in giù la valle sottostante, ho pensato che d’altronde ci sarà un motivo per cui non si chiama la città della gioia e della voglia di vivere.

SABATO – visita al parco di Bomarzo, meglio conosciuto come il “parco dei mostri”. È un luogo affascinante costruito intorno al 1500 su commissione di Pier Francesco Orsini, dove tra la vegetazione fitta sono state ricavate creature magiche e mitologiche nella roccia. Da vedere accompagnati e con mappa, ché se fosse stato per me starei ancora vagando tra gli alberi come in quella puntata dei Simpsons (per ricordare). Verso l’ora di pranzo ci spostiamo a Viterbo, dove proviamo la nuova applicazione MoveGlass (qui), un’esperienza di realtà aumentata per visitare la città tramite degli occhialini messi a punto da Epson. Immaginate un’audioguida dentro le ambientazioni di Matrix. Ora immaginate me, con il software con problemi di navigazione, che cammino per le strade di Viterbo accompagnata da una delle ragazze Move Glass. Sembravo la cieca di Sorrento che va a ritirare la pensione a braccetto con la nipote, pure un po’ svitata perchè gli occhialini ti danno modo di scegliere dei video che ti raccontano qualcosa della città. Quindi mentre la mia accompagnatrice mi forniva indicazioni sulla strada, io continuavo a sbagliarla perchè stavo vedendo il filmato della Macchina di Santa Rosa (per saperne di più), entusiasmandomi sulle note della sigla de Il Trono di Spade. Finito di andare a sbattere come una mosca contro il vetro, raggiungo il resto del gruppo al Gran Caffè Schenardi (qui), un caffè storico nel centro di Viterbo, di quelli tutti volte e navate, dove ci viene offerto il brunch. Che poi per me era pranzo visto che si era fatta una certa. Prima di iniziare la serata, abbiamo fatto ritorno in albergo per godere della piscina come le persone serie che vanno in villeggiatura. E come le persone serie ho fatto lo scivolo acquatico per settordici volte, arrivando alla fine con il pezzo sopra del costume a mo’ di cerchietto. Ci sarebbero anche delle prove fotografiche, ma credo che manterrò la dignità, oppure aspetterò di perdere mille kg. Arriviamo al clou del weekend, la 57esima edizione della Fiera del Vino a Montefiascone. Io già immaginavo calici in alto, stornelli romani e perdita dei freni inibitori, invece il tour comincia con una visita del paese. Dovete sapere che tutti questi borghi e comuni sparsi tra le varie province laziali, sono costruiti in modo tale da risultare più difficilmente attaccabili in caso di invasioni barbariche. E allora via a una serie di salite prima di arrivare alla Rocca da cui si gode uno dei panorami più mozzafiato sul lago di Bolsena. Quando arrivi in cima, non solo non vuoi più espugnare la città, ma ti è passata pure la voglia di vivere. E finalmente giunge il momento che aspettavo da quando ero salita sul treno per Orte, quello di bere. Ci apprestiamo alla discesa per fare un giro tra le cantine sparse tra i vicoli del paese e intanto veniamo a conoscenza della leggenda sul vino Est! Est!! Est!!!, tipico della tradizione vinicola di Montefiascone. Durante il periodo del Sacro Romano Impero, girava tra gli altri un vescovo – tale Johannes Dafuk – che era l’equivalente di Gascoigne ma col saio. Quest’uomo di Chiesa amava bere vini di qualità, così usava mandare in avanscoperta il suo coppiere, che doveva porre la scritta “est” accanto alle locande meritevoli. Arrivato a Montefiascone e una volta assaggiato il vino locale, non sapendo come descriverne l’eccellenza, scrisse tre volte “est” con un sacco di punti esclamativi. Morale della favola: Defuk si trasferì a Montefiascone, dove si spense per cirrosi epatica. Tra città che muoiono, parchi dei mostri e vescovi deceduti col fegato spappolato, fatta una doverosa grattatina ai gioielli di famiglia, inauguriamo la fiera. In poche parole: si è bevuto bene e si è mangiato meglio. Grazie Proloco di Montefiascone di esistere.

DOMENICA – Instagram raccoglie una serie di individui con disturbi della personalità, per cui è normale stare in vacanza e svegliarsi all’alba. Sprezzanti del pericolo, torniamo una seconda volta a Civita di Bagnoregio, per guardarla tingersi di rosa con i primi albori della mattina. Dire spettacolare è riduttivo, ma se andate lì per fare le foto, sappiate che avrete la luce e probabilmente Saturno contro, quindi vedrete il sole spuntare da dietro il paese con la solennità de Il Re Leone, ma l’immagine fotografata sarà scura. D’altronde si chiama la “città che muore”, non la “città che si lascia fotografare facilmente”. Finito di girare i vicoli del paese con ancora le caccole agli occhi, siamo stati accompagnati alle Terme Dei Papi (qui), una struttura termale che offre la possibilità di fare il bagno all’interno di vasche piene di acque sulfuree. Va detto che la temperatura delle piscine è elevata e, quindi, il mio consiglio è di andare in inverno per apprezzarne di più il calore, altrimenti, 40° gradi fuori, 40° gradi dentro, dopo poco comincerete ad avere le visioni di santità varie camminare sull’acqua. E qui, cari i miei vinelli, si conclude un fine settimana ricco, di persone e di luoghi, a cui ho avuto la fortuna di poter partecipare. Se tante volte voleste invitarmi anche solo alla sagra delle salsicce di mare, ve ne sarò grata a vita.

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