Eravamo giovani, poi abbiamo scoperto i borghi

Come dice un vecchio adagio “winter is coming” e io sono pronta a rotolarmi nelle caldarroste mentre faccio il conto alla rovescia a Natale.

Nel frattempo sono riuscita a infilarci un altro weekend fuori in quel di Patrica, ridente località in provincia di Frosinone.

Diciamo subito una cosa, la misura che sei in alto mare dagli enti e stai praticamente sul gommone degli enta, la dà l’entusiasmo con cui accogli l’invito a visitare un borgo. Prima chi ci pensava? Quando eri adolescente arrancavi scocciato dietro ai tuoi genitori, che ti volevano convincere che il Tirolo è bello. Poi hai cominciato ad andare a ballare, ai concerti e i fine settimana servivano per riprendere le funzioni vitali. Un giorno ti svegli e scopri l’esistenza del contorno occhi e dei paesini.

GIORNO UNO – Arrivo a Ferentino con altri otto giovani intrepidi, dove ci aspetta un furgoncino stile Gruppo Vacanze Piemonte. Alla mia richiesta di intonare Acqua Azzurra Acqua Chiara, vengo redarguita dall’autista. Veniamo scortati all’albergo Valle dei Lepini, una struttura di recente ristrutturazione che offre una delle colazioni più buone mai assaggiate. Tempo di urlare felici per i corridoi come ragazzini delle medie, ci dirigiamo verso l’abbazia di Fossanova. L’edificio gotico vale sicuramente la visita, se non fosse che ci imbattiamo in un grosso grasso matrimonio ciociaro con tanto di arma dei carabinieri in grande spolvero. Suggestiva la chiesa, meno il vestito della sposa.

La Ciociaria è una terra ancora poco valorizzata, dove l’accoglienza è un valore importante. Questa la premessa per l’aperitivo offerto dall’Antica Macelleria Pellegrini, una macelleria, appunto, che allestisce per noi un’esibizione di salsicce e vino rosso. Non aggiungo altro, perché ciò che succede a Pratica rimane a Patrica.

Non ancora sufficientemente atterriti dalla “zazzicchia”, andiamo a pranzo nel centro del paese. Lì ci aspetta una tavola disposta sotto i portici e di fronte una vista mozzafiato. Ancora più mozzafiato gli strozzapreti al ragù che da soli avrebbero valso il prezzo del biglietto. Per finire, caffè e ciambelle al vino su una terrazza panoramica.

Il mio desiderio più grande, a quel punto, era di morire lì, con la faccia nel sugo, ma il motivo principale della visita era una passeggiata per i vicoli del paese, occasione che ha richiamato le persone più disparate e che prevedeva la mia partecipazione attiva. Sarà l’età, ma sono rimasta incantata dalla salita fino al Belvedere e poi di nuovo giù nella piazza principale a chiacchierare con i locali come fossimo parenti.

E sarà sempre che il periodo della punkabbestia è finito, ma mi sono beata nel tornare in camera a godere della doccia con cromoterapia, prima di uscire per una cena verace a base di “sagne” e fagioli. 

   
    
 

GIORNO DUE – La colazione che ci aspetta è mostruosa anche per me, la guardo con gli occhi a cuore pronta ad attingere a piene mani dai vassoi, ma essere in compagnia di persone accomunate dalla passione per la fotografia vuol dire fissare la tavola per mezz’ora. Il rituale prevede minuti di panico mentre il cibo viene disposto in modo che la luce colpisca il piatto quando Urano entra nella settima casa. Dopodiché si fotografano le pietanze da tutte le angolazioni in pose che neanche a Twister, e solo quando il caffè è diventato una granita si può mangiare.

Il primo appuntamento della giornata è un raduno di auto e moto d’epoca che avrebbe sfilato per le strade dei paesi limitrofi. Se non avete mai partecipato a un evento simile, dovete sapere che è una manifestazione divertente, durante la quale respirerete tanto di quel monossido di carbonio da compromettervi permanentemente almeno un polmone. In compenso vi sentirete a bordo della papa mobile quando tutti vi saluteranno neanche foste gli americani venuti a cacciare via i tedeschi.

Salutati gli amici collezionisti (se così si possono definire), ci dirigiamo di nuovo a Patrica, dove pasteggiamo a tagliatelle in un locale piccolo, accogliente e con una vista mozzafiato. Ormai sfatti dalle troppe emozioni, ma soprattutto dal fatto che lo stomaco è uno, concludiamo la nostra visita in una fabbrica abbandonata. Gli edifici dismessi mantengono il fascino della polvere e del passaggio precedente di esseri viventi; camminiamo sui vetri rotti e facciamo pipì su water diroccati e assolutamente inutili, ma si sa, siamo femmine e dentro di noi cova sempre un’Audrey Hepburn.

È tempo di salutarci, un po’ tristi perché finisce un weekend come non ne facevamo dai tempi delle medie, un po’ felici perché a vedersi struccati si rinsaldano i rapporti e con un gruppo Whatsapp in più da odiare quando tieni il cellulare spento per un’ora e scopri di avere 827 notifiche che, sai già, non leggerai.

   
    
 

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Praga: tra cielo e sugna

Nelle puntate precedenti: arrivo a Praga, palazzi, grasso, pioggia, grasso, chiese, grasso.

GIORNO 3 – Incredibilmente riusciamo a fare quello che ci eravamo ripromessi, vedere il castello, che al contrario di quello che credevo, cioè una struttura con torri e ponte levatoio, è più simile a un quartiere.

La prima cosa che incontriamo sono i giardini reali, dove crescono alberi di varia provenienza (dalla Norvegia all’Inghilterra) e gli scoiattoli corrono felici tra le siepi. Credo felici, sicuramente correvano. Ed erano veri scoiattoli, non tipo Cip e Ciop in Serata Paperino.

Non solo, ma volendo si poteva avere una foto con un bel condor sul braccio dal momento che, in un angolo dei giardini, è ospitato un punto falconeria. Che poi io mi ci sono sempre vista tipo Lady Hawke, ma poi ho pensato di aver già dato abbastanza dolori a mia madre per presentarmi a natale anche con un’aquila sulla spalla.

Da non perdere: la cattedrale di San Vito, imponente chiesa in stile gotico che ti fa venire voglia di urlare “Esmeraldaaaa”, spaventando tutti i presenti. 

Il Vicolo d’Oro, una stradina di case basse che prende il nome dagli orafi che avevano la loro bottega lì e che ci racconta quanto fossero bassi all’epoca.

Il palazzo reale da cui avvenne la seconda defenestrazione che portò alla guerra dei trent’anni. Figuriamoci la prima.

Non sufficientemente stanchi per essere distolti da un bisogno ormai patologico di cibo, ci dirigiamo a Mala Strana per una sosta ristoratrice. Invece veniamo catapultati in un racconto di Dickens quando ci troviamo a passeggiare sul Charles Bridge.

Immaginate la scena: il cielo è grigio, l’aria fresca, il ponte è sormontato da statue inquietanti che osservano torve il passaggio dei viandanti. Ogni tanto un mendicante accovacciato a chiedere l’elemosina, la fronte a sfiorare il pavimento freddo. A un certo punto lei, una donna che suona una specie di organetto, producendo la musica più triste che riuscite a immaginare. Io ormai in una valle di lacrime mentre immagino di percorrere quel ponte sotto una tormenta di neve con dei piccoli bambini biondi e la prospettiva di un unico tozzo di pane in una stamberga piena di spifferi. Ma questa è un’altra storia da raccontare alla psicologa.

In verità è un luogo molto suggestivo dove trascorrere del tempo, fermandosi poi sull’isola di Kampa che ricorda una parte di Olanda, con le case che si affacciano sul fiume e un mulino ancora funzionante.

Nel caso ve lo stiate chiedendo, abbiamo mangiato solo un panino. A volte i miracoli succedono.
   
   
GIORNO 4 – Praga non ha bisogno di una lunga visita, quindi ne approfittiamo per passeggiare pigramente attraversandola tutta. Ci concediamo una sosta al museo di Mucha per poi proseguire di nuovo fino a Mala Strana. Una volta qui veniamo colti da una pioggia improvvisa che ci costringe a entrare in un locale dove eravamo stati qualche giorno prima.

Ora, Kafka diceva che Praga è una madre con gli artigli e di insidie se ne possono trovare. Una su tutte, nei locali proveranno a fregarvi, sulle mance, sul conto, può accadere. Il consiglio è di dare un’occhiata a Tripadvisor prima di sedersi in un ristorante, perché Tripadvisor sa. Lo avessimo preso alla lettera, non ci saremmo trovati a pagare un conto sospetto. Detto ciò, il massimo che vi può capitare è di pagare più della media praghese, che però è sempre meno di una pizza al centro di Roma.

Sconsolati per questa debacle gastronomica, torniamo verso il nostro albergo ed entriamo in un altro locale dove fanno prevalentemente hamburger. Ci accoglie uno strampalato ed entusiasta personaggio che parla italiano. L’arredamento all’interno assomiglia a quello di un rigattiere: sedie spaiate, oggetti recuperati, stampe vintage. Niente di eccezionale, ma il burrito che ci porta è buonissimo e genuino. Ce ne torniamo in camera soddisfatti e con una strana pressione al petto. Forse i grassi saturi cominciano a reclamare vendetta.

GIORNO 5 – Ultimi giri di shopping prima di prendere l’aereo. Visitiamo il museo di Kafka dove una simpatica vecchina decide di farci pagare la metà del biglietto. Il museo è come vi immaginate possa essere una struttura dedicata allo scrittore. Cupa, soffocante, inquietante e quando esci la luce del sole fa l’effetto di una lama tagliente. Ne vale la pena? Sì se siete affascinati dal lato oscuro della forza, no se siete Barbie girl.

Finisce qui la nostra visita in una città bella e algida come Marlene Dietrich. Torniamo a casa con un’esperienza in più e dieci anni di vita in meno. 

   

Praga: dove sugna e Art Nouveau si incontrano.

Quando ero nel pieno del mio percorso accademico e avere un blog era un imperativo, il punto su cui si batteva di più era la frequenza. Scrivete, fidelizzate, date continuità. 

Io che avrei voluto fare la parrucchiera a Monza, sapevo che ‘sta roba non faceva per me. Il blog. L’impaginazione. La grafica accattivante. Il dominio. Io so solo che mi trovo bene con un balsamo senza sale.

Detto ciò, parliamo del perché sono mancata e del cosa sto facendo ora.

La mia assenza è dovuta a un periodo frenetico di lavoro. Perché diciamocelo, il cuore batte dove il portafoglio è pieno. Quindi belli i social, bella la comunicazione, ma a me me pagano pe’ fa’ altro.

Ora che sono in vacanza, però, posso dedicarmi di nuovo alla faccenda scrittura, così forse mollo per qualche secondo la forchetta.

Non essendo tipo da mare (da amare tanto però) ho deciso di esplorare una capitale europea a caso. La mia scelta è ricaduta su Praga.

GIORNO UNO – La prima cosa che colpisce della città è il frescolino. Lasciata una Roma umida e sudata, finalmente si realizza uno dei miei sogni proibiti: felpa giubbotto e calzini. La Santissima Trinità.

Posate le cose in albergo, pensiamo bene di esplorare prima il nostro quartiere e poi di capire il resto. La cosa bella dell’essere turisti, però, sta nella sospensione della dimensione spazio-temporale. Non esistono più le mezze stagioni figuriamoci l’orario dei pasti. Tutto diventa accettabile, mangiare un gulasch alle 11.30, bere otto birre verso le nove del mattino. Il turista è un essere a sé, se lo inserisci fuori dal suo contesto abituale diventa una specie di pacman che ingoia tutto ciò che trova. Dove risiede il grande inganno: tutto ciò che succede a Praga, te lo riporti a Roma sotto forma di maniglioni dell’amore. Siamo nati per morire, e anche grassi.

Il nostro albergo è un buon quattro stelle nella Città Nuova. L’età media è quella di Margherita Hack, ma la colazione è più che abbondante e le camere pulite e silenziose. 

Praga è suddivisa in quartieri: Città Nuova, Città Vecchia, quartiere ebraico, il quartiere piccolo e la zona del castello. Se ho dimenticato qualcosa chiedo venia.

Ci facciamo un giro per Piazza Venceslao, che è uno stradone su cui affacciano palazzi e negozi. L’architettura è un guazzabuglio di gotico, Art Noveau e altri stili che fanno assomigliare la città a un mix tra Grand Budapest Hotel e Dracula (quello di Coppola mi raccomando). Ogni volta che alzi gli occhi, esce fuori il viso di una donna da una colonna o la zampa di un grifone. E nonostante quest’aria decadente mitteleuropea, sono avanti anni luce rispetto alla mia città di origine. Il che mi fa venire voglia di imparare il ceco e rimanere qui.

Continuando a camminare abbiamo raggiunto la Città Vecchia, il cuore turistico di Praga. Qui ci sono attrazioni doverosamente da vedere come la Torre delle Polveri o l’Orologio Astronomico. Ci sono i palazzi che ricordano l’Austria e le carrozze da ancient regime. Nella mia testa risuonavano valzer e crinoline, anzi che non mi sono messa a ballare come l’ippopotamo in Fantasia.

I contro: la gente, i locali finto-folkloristici con i buttadentro che ti vogliono far credere che quella melma sia gulasch, i ragazzini sui Segway che ti vogliono costringere a fare il tour della città facendoti solo desiderare di buttarli giù e poi finirli con il manubrio.

Però va vista e quando sarete stanchi, Tripadvisor illuminerà la vostra via consigliandovi un ristorante davvero tipico. 

Sappiatelo, i praghesi non sono propriamente un popolo cordiale, sono duri come gli inverni che affrontano e il sorriso con cui vi accoglieranno è la smorfia di Gatto Silvestro quando ingoia un limone. Ma se trovate il posto giusto, dove il gulasch nella forma di pane assomiglia alla più bella canzone mai sentita, penserete ai camerieri come ai vostri migliori amici. Consigliato il Gaviscon come ammazza caffè, perché qui la cucina è pesante come un pranzo coi parenti della Calabria.

   
    
 
GIORNO DUE – Dopo una notte passata con i ribollimenti di Mordor nelle viscere, decidiamo di fare colazione per poi saltare il pranzo. Ma la nostra natura di marinai ha agito nel verso opposto. 

Ci troviamo di nuovo a camminare per riuscire a perdere almeno una delle diecimila calorie ingerite, arrivando di nuovo nella Città Vecchia. Qui siamo saliti sulla torre dell’orologio per ammirare Praga dall’alto. Un consiglio: andateci presto o la fila che farete sembrerà quella fuori dal padiglione del Giappone. Lo spettacolo da lassù è impagabile, come lo sarà il cellulare se una raffica di vento ve lo fa volare giù. Quindi occhi aperti e mani salde.

A differenza del viaggio scorso, stavolta non ho organizzato niente, ma mi lascio guidare un po’ dal buon senso un po’ dal “guarda quella via, sembra promettente”. Sì perché ricordate, non solo qui non buttano petali di rosa al vostro passaggio, ma le indicazioni sono quasi tutte nella lingua locale. Il mio consiglio è di camminare e quando vedete una guglia prendete la guida e capite di cosa si tratta.

Noi così facendo siamo arrivati nel quartiere ebraico dove abbiamo fatto una prima sosta. Essendo molto affezionati ai nostri kg, ci siamo fermati in un postaccio dove mangiavano gli operai e abbiamo preso würstel e canederli delle dimensioni del pugno di Hulk Hogan. Non mi ricordo il nome, ma sappiate che a Praga malissimissimo è difficile mangiare, al più vi si formerà una palla di grasso che dovrà essere rimossa chirurgicamente ma niente di più.

Dal quartiere ebraico ci siamo diretti al quartiere piccolo. In realtà ci siamo fermati ben poco perché a quel punto eravamo sfatti e desiderosi di tornare in albergo. Il poco che abbiamo visto: i cigni sul fiume Moldava che girano liberi tra i turisti e un locale dove ci hanno servito del pane con il grasso. I cigni non sono delicati come me li aspettavo, sono bestie incazzose che beccano e quando aprono le ali fanno un rumore infernale. Sul grasso che posso dire se non mea culpa?!

   
    
   
La giornata è finita a tarallucci e vino, o meglio a birra e prosciutto, in un antico birrificio vicino all’albergo. Qui producono una sola birra scura e si mangia tutti insieme su tavolacci di legno. La birra non si ordina, ma si prende quando passa un tizio nerboruto con un vassoio gigante tenuto in spalla. Diciamo che non è un obbligo, ma se venite qui non potete prendere l’acqua. Ormai senza ritegno abbiamo mangiato del prosciutto di Praga e della carne di manzo con dei canederloni di pane. Il prezzo poco più alto della media ma tanto caratteristico.

   
 
Il giorno tre è oggi. L’idea è quella di vedere il castello, ma poi si sa, le strade di Praga sono lastricate di sugna…