Praga: tra cielo e sugna

Nelle puntate precedenti: arrivo a Praga, palazzi, grasso, pioggia, grasso, chiese, grasso.

GIORNO 3 – Incredibilmente riusciamo a fare quello che ci eravamo ripromessi, vedere il castello, che al contrario di quello che credevo, cioè una struttura con torri e ponte levatoio, è più simile a un quartiere.

La prima cosa che incontriamo sono i giardini reali, dove crescono alberi di varia provenienza (dalla Norvegia all’Inghilterra) e gli scoiattoli corrono felici tra le siepi. Credo felici, sicuramente correvano. Ed erano veri scoiattoli, non tipo Cip e Ciop in Serata Paperino.

Non solo, ma volendo si poteva avere una foto con un bel condor sul braccio dal momento che, in un angolo dei giardini, è ospitato un punto falconeria. Che poi io mi ci sono sempre vista tipo Lady Hawke, ma poi ho pensato di aver già dato abbastanza dolori a mia madre per presentarmi a natale anche con un’aquila sulla spalla.

Da non perdere: la cattedrale di San Vito, imponente chiesa in stile gotico che ti fa venire voglia di urlare “Esmeraldaaaa”, spaventando tutti i presenti. 

Il Vicolo d’Oro, una stradina di case basse che prende il nome dagli orafi che avevano la loro bottega lì e che ci racconta quanto fossero bassi all’epoca.

Il palazzo reale da cui avvenne la seconda defenestrazione che portò alla guerra dei trent’anni. Figuriamoci la prima.

Non sufficientemente stanchi per essere distolti da un bisogno ormai patologico di cibo, ci dirigiamo a Mala Strana per una sosta ristoratrice. Invece veniamo catapultati in un racconto di Dickens quando ci troviamo a passeggiare sul Charles Bridge.

Immaginate la scena: il cielo è grigio, l’aria fresca, il ponte è sormontato da statue inquietanti che osservano torve il passaggio dei viandanti. Ogni tanto un mendicante accovacciato a chiedere l’elemosina, la fronte a sfiorare il pavimento freddo. A un certo punto lei, una donna che suona una specie di organetto, producendo la musica più triste che riuscite a immaginare. Io ormai in una valle di lacrime mentre immagino di percorrere quel ponte sotto una tormenta di neve con dei piccoli bambini biondi e la prospettiva di un unico tozzo di pane in una stamberga piena di spifferi. Ma questa è un’altra storia da raccontare alla psicologa.

In verità è un luogo molto suggestivo dove trascorrere del tempo, fermandosi poi sull’isola di Kampa che ricorda una parte di Olanda, con le case che si affacciano sul fiume e un mulino ancora funzionante.

Nel caso ve lo stiate chiedendo, abbiamo mangiato solo un panino. A volte i miracoli succedono.
   
   
GIORNO 4 – Praga non ha bisogno di una lunga visita, quindi ne approfittiamo per passeggiare pigramente attraversandola tutta. Ci concediamo una sosta al museo di Mucha per poi proseguire di nuovo fino a Mala Strana. Una volta qui veniamo colti da una pioggia improvvisa che ci costringe a entrare in un locale dove eravamo stati qualche giorno prima.

Ora, Kafka diceva che Praga è una madre con gli artigli e di insidie se ne possono trovare. Una su tutte, nei locali proveranno a fregarvi, sulle mance, sul conto, può accadere. Il consiglio è di dare un’occhiata a Tripadvisor prima di sedersi in un ristorante, perché Tripadvisor sa. Lo avessimo preso alla lettera, non ci saremmo trovati a pagare un conto sospetto. Detto ciò, il massimo che vi può capitare è di pagare più della media praghese, che però è sempre meno di una pizza al centro di Roma.

Sconsolati per questa debacle gastronomica, torniamo verso il nostro albergo ed entriamo in un altro locale dove fanno prevalentemente hamburger. Ci accoglie uno strampalato ed entusiasta personaggio che parla italiano. L’arredamento all’interno assomiglia a quello di un rigattiere: sedie spaiate, oggetti recuperati, stampe vintage. Niente di eccezionale, ma il burrito che ci porta è buonissimo e genuino. Ce ne torniamo in camera soddisfatti e con una strana pressione al petto. Forse i grassi saturi cominciano a reclamare vendetta.

GIORNO 5 – Ultimi giri di shopping prima di prendere l’aereo. Visitiamo il museo di Kafka dove una simpatica vecchina decide di farci pagare la metà del biglietto. Il museo è come vi immaginate possa essere una struttura dedicata allo scrittore. Cupa, soffocante, inquietante e quando esci la luce del sole fa l’effetto di una lama tagliente. Ne vale la pena? Sì se siete affascinati dal lato oscuro della forza, no se siete Barbie girl.

Finisce qui la nostra visita in una città bella e algida come Marlene Dietrich. Torniamo a casa con un’esperienza in più e dieci anni di vita in meno. 

   

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