Meno Maalox che esiste la Toscana

Ce l’avete presente quelle atmosfere alla Casa Howard? La bruma, la campagna, gli ombrellini per ripararsi dal sole? Ecco, mia madre è una specie di Vanessa Redgrave ma di Pizzo Calabro.

Anni fa la trasformazione “ivoryana” in signorotti di campagna, è stata resa possibile dall’acquisto di una casa in provincia di Siena. Purtroppo, per renderla perfetta, sarebbe servito che io e mia sorella sembrassimo uscite dal Gran Premio di Ascot, invece che assomigliare a Courtney Love e Amy Winehouse sotto farmaci, ma si sa, è una vita difficile, felicità a tratti.

Tutto ciò per dire cosa, visto che mi sono distratta guardando Quattro Matrimoni su Real Time e siamo solo all’inizio? Ah sì, che con l’avanzare dell’età, la prospettiva di un weekend lungo per borghi, non mi sembra più così malaccio.

GIORNO UNO – Arrivo a Cetona nella tarda serata dopo un pranzo a Calcata con una coppia di amici. La verità, sopra ai trenta, è che l’era delle comitive è conclusa, è arrivata la glaciazione che ha portato all’estinzione dei “ragazzi del muretto” e si è entrati nell’era delle “gite a quattro”. Il misuratore di vecchiaia si impenna quando si passa, in seguito, alle “vacanze in quattro”, periodo della vita in cui è bene farsi amico qualcuno all’Inps.

Dicesi Calcata, borgo medievale in provincia di Viterbo, che si narra essere stato ritrovo di artistoidi e figli dei fiori negli anni ’70. Se sia vero oppure no, a me interessa fino a un certo punto, fatto sta che qui non troverete boutique né locali alla moda, ma negozietti di chincaglierie, botteghe di artigiani e ristoranti piuttosto tipici. Come quello dove abbiamo mangiato – La Latteria del Gatto Nero – un piccolissimo locale dove i gatti, appunto, la fanno da padrone nelle immagini alle pareti. Ordiniamo piatti che verranno digeriti solo ore dopo: dalla polenta al cinghiale, al pollo alla cacciatora. Il tutto annaffiato da olio, olio come se non ci fosse un domani né una parola chiamata “dieta”, olio santo protettore contro l’invecchiamento cellulare. Infatti Bruno Sacchi pare invecchiato tutto un botto quando ha lasciato le olive, per le foglie di coca.

E siccome siamo in quattro, ma mangiamo come una squadra di carpentieri, ci concediamo anche un dolce in una sala da té, dove manca il Bianconiglio e poi siamo a posto. Scelta infinita tra infusi e tisane. Io personalmente ho scelto uno tra i té della selezione giapponese, ma non chiedetemi quale perché sono bionda ed è già tanto che ogni sera trovo la strada di casa. Era con del riso tostato, o forse pressato, insomma qualcosa con “ato”.

     
 
GIORNO DUE – Svegliarsi in Toscana è come se fosse sempre il 24 dicembre, anche ad agosto. C’è nell’aria quella eccitazione fanciullesca del tempo sospeso, senza obblighi né doveri. Cetona, poi, si presta perfettamente al dolce far nulla dei giorni di festa. Un cartello all’ingresso della piazza afferma: “Cetona, uno dei borghi più belli di Italia”. Ma se è vero che ‘sti cartelli li regalano con i punti dell’autogrill, è anche vero che questo paese è davvero un gioiellino, costruito intorno a una piazza principale e che si estende verso l’alto. 

Cose da fare a Cetona: potrei dire salire su fino al belvedere, vedere il museo della preistoria e la Collegiata della Santissima Trinità. Cosa facciamo di solito noi: sveglia, colazione al bar Il Tiglio di Piazza, pettegolezzi tanto la gente è sempre quella, aspettare mezz’ora che mamma saluti tutti i vecchi del paese, spesa alla Sma, pranzo, sonnellino, aperitivo nello stesso bar, cena, amaro nell’unico altro bar. Repeat.

Prima tappa della giornata: San Quirico D’Orcia. Da qui in poi, per farla breve, saranno tutti paesini pieni di vicoli e scorci mozzafiato. Non voglio sminuire la bellezza di ogni posto, ma anzi, sottolineare come quelle siano zone in cui dove caschi, caschi bene (tutte bellissime per chi chiama da fuori Raccordo Anulare). Accogliente San Quirico dove beviamo un calice di San Giovese biologico, per poi camminare tra le siepi dei giardini leonini. Accogliente Pienza con le sue botteghe di pecorino disposto in forme lucide sugli scaffali.

Ma ancora più confortevole il ritorno a casa, la doccia calda e poi l’aperitivo a base di Chianti Gentili. Concludiamo con una cena corroborante da Nilo, simpatico proprietario di una serie di locali, con il dono dell’ubiquità. Lui è ovunque e dove sta, fa qualcosa: spazza, serve, cucina, intrattiene gli avventori. 

Mangiamo un tortino di funghi e formaggio, carpaccio di chianina, pici all’anatra, pappardelle al ragù di cinta senese battuto al coltello, costolette di agnello e ancora vino. La felicità ha il sorriso sotto i baffi di Nilo.

   
    
 
GIORNO TRE – Come sopra, ma stavolta lo sfondo è quello di Montepulciano. Camminiamo un po’ prima di decidere dove mangiare, sebbene la scelta ricada quasi immediatamente sull’Acquacheta. Se non siete mai stati accolti dall’oste mordace, non saprete mai come si sta in paradiso. Il locale è spartano, si mangia in due turni a pranzo e cena, si sta a tavola con perfetti sconosciuti e il conto viene fatto sulle stesse tovagliette di carta. Il resto è poesia. Prendiamo nell’ordine: crostini toscani, pecorino al forno con scaglie di tartufo, gnocchi di zucca, pici all’anatra e puré di cavolfiore al tartufo.

E proprio mentre mi stavo congratulando con me stessa per le ottime decisioni prese fino a quel momento, ecco che mi viene il desiderio di vedere la chiesa di San Biagio. Cosa mi abbia spinto a mettermi in marcia dopo un pranzo del genere, only God knows. Ma oltre a essere bionda, sono anche misericordiosa e vi avverto, Montepulciano è in salita e la chiesa lontana.

Ricordatevelo quando dovrete tenervi la milza, arrancando sudati con i capelli appiccicati alla fronte e il fiato corto. Ricordate le mie parole quando dovrete tornare indietro, bestemmiando San Biagio, l’oste mordace e tre quarti delle loro generazioni.

Ma soprattutto, se riuscirete a guadagnare la macchina con gli organi interni ancora intatti, ascoltatemi, andate a casa, abbracciate i vostri cari e date un bacio ai vostri figli. Non vi venga in mente di inanellare una serie di scelte sbagliate come ho fatto io.

Per esempio, ancora madida di sudore, chiedere al tuo ragazzo di fermarsi in the middle of nowhere, perché tramite amici hai saputo che da quelle parti c’è la cappella della Madonna di Vitaleta e ti sei impuntata che non si va via senza averla vista.

Ci fermiamo su una strada sterrata senza indicazione alcuna, fidandoci unicamente del dio navigatore. Da quel punto proseguo a piedi su un sentiero tra le crete senesi. Il paesaggio è da togliere il fiato, mi sento un po’ il protagonista di Moon, un po’ Georgie che corre felice sul prato. Solo che non corro e non sono felice, della cappella nemmeno l’ombra (vorrei fare qui una serie di doppi sensi alla Lando Buzzanca, ma sto zitta).

Alla fine arrivo davanti a una cascina diroccata dove un cartello intima di non proseguire. So che altri l’hanno fatto prima di me, hanno raggiunto la cappella e fatto le foto felici e contenti, ma intorno c’è il nulla per km, tranne per questa casupola e una vecchia Maratea con i finestrini abbassati. Ho immaginato i titoli del telegiornale, il mio corpo fatto a pezzi e nascosto sotto l’argilla. Per farla breve, ho fatto un dietro front talmente veloce da doppiare Bolt. Però il panorama è impagabile. Magari ci torno con un canne mozze.

La giornata si conclude più o meno come la sera precedente, peccato per la cena in un locale troppo pretenzioso per i miei gusti. Buono l’hamburger di chianina, mediocri i dolci. Non sono stata male, ma ci sono posti migliori.

Anche questo lungo fine settimana volge al termine, abbiamo visitato posti incantevoli e mangiato fino a scoppiare.

Mo’ basta però, sabato prossimo vado a ballare. E no, non in una balera.

   
    
 

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