Sangu miu

Sarà che è Natale, sarà che le feste portano in loro un non so che di apocalittico, per cui tutti cominciano a riflettere sui massimi sistemi, a stilare l’elenco dei buoni propositi e a fare scorte di cibo sufficienti per l’invasione zombie. Sarà quel che sarà, ma io mi chiedo: la parola blogger è un sinonimo di disoccupato?

No perché io non so come facciano alcune persone a essere costanti nella scrittura e l’unica spiegazione è questa oppure che li paghino per farlo. Ma un altro po’ non pagavano Victor Hugo…

Tutto questo per dire che, se ancora non ho raccontato della mia visita a Palermo, è perché nessun calciatore si è innamorato di me e quindi mi tocca lavorare. Però confido in questi giorni di festa e nelle pause tra un pranzo e un cenone, per riuscire a descrivere l’incontro con il capoluogo siciliano.

Palermo è una città bellissima, come altre città bellissime sparse per il Paese. La differenza sta tra conoscere l’uomo della propria vita e il resto del mondo. Puoi imbatterti in tanti uomini – belli, buoni, affascinanti o stronzi – senza che nessuno ti coinvolga seriamente e poi ne arriva uno per cui piangere e sorridere ancora. Probabilmente complicato, strampalato, problematico, pieno di fisime, ma anche generoso, affettuoso, in grado di grandi slanci emotivi. 

Così è Palermo. Una città ricca di storia, dilaniata e compatta allo stesso tempo, amorevole, carismatica e contraddittoria. Palermo è decadente e opulenta, è signora e puttana. Di sicuro non lascia indifferenti e ha così tanto da offrire, che un fine settimana non è sufficiente a godere di tutto.

GIORNO UNO – Arriviamo a Palermo verso l’ora di pranzo e già l’aeroporto parla di una città intensa e multiforme. Da una parte c’è la montagna, dall’altra il mare e in mezzo una lingua di terra che speri il pilota imbrocchi, perché va bene tutto, bella la Sicilia bella la terra, ma io vorrei vivere e morire altrove. Possibilmente a 90 anni e con un bicchiere di Martini in mano.

Tempo di essere sistemati in quello che sarà il nostro appartamento per questi giorni ed è già ora di pranzo. Chi ha visitato la Trinacria, sa che sarà una guerra di usura quella sul cibo, si inizia a mangiare e si smetterà solo quando uno degli organi interni cederà.

La prima tappa è la  Antica Focacceria S. Francesco, noto locale dove poter assaggiare piatti della tradizione sicula. Prima regola di Palermo: non mangiare tutto quello che si vede, perché un minuto dopo probabilmente ti faranno infilare in qualche bettola per assaggiare qualcos’altro. Ma io, che sono Nadia Rinaldi intrappolata in un corpo normopeso, ho fagocitato cose non necessariamente commestibili. Una su tutti: il panino co’a meusa (milza). In un calderone messo su dalla notte dei tempi, viene rimestata una brodaglia di non meglio specificata entità, che andrà a riempire un panino insieme a ricotta e formaggio grattugiato. Quando un rivolo d’olio caldo vi scivolerà voluttuoso sul mento, conoscerete un piacere proibito come quello dell’Eden. Due Ave Maria e una Citrosodina dopo, siamo in giro per la città. 

Arriviamo in Piazza Magione, una delle piazze principali di Palermo, su cui si affacciano palazzi distrutti, rimasti tali dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, ed edifici ricostruiti. Per quello che ho visto, il continuo ritornare di declino e magnificenza è simbolico di una città ferita sotto bende di seta. Palazzi barocchi e cattedrali superbe si alternano a costruzioni diroccate che raccontano una storia lunga e travagliata.

E lo ritroviamo poco dopo quando, superato palazzo Ajutamicristo, visitiamo nell’ordine la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo e poi la Chiesa del Gesù. La prima è una chiesa abbandonata a cielo aperto, di cui è rimasto solo lo scheletro, nel secondo caso si tratta di un esempio di architettura barocca. Miseria e nobiltà.

Visto che sembrava avessimo quasi digerito il pranzo e a Palermo essere pieni è un imperativo, corriamo a Palazzo Brunaccini, un boutique hotel dove assistiamo alla preparazione delle “arancine”.

Apro una parentesi e poi se mi ricordo la chiudo ché fa corrente. Diatriba vuole che una parte della Sicilia chiami queste pallocche di bontà “arancini”, ma siccome siamo ospiti di una città dove l'”arancina è fimmina”, io tale la chiamo. Anche perché della femmina ha il cuore tenero e la forma morbida.

Il momento più alto dello show cooking è stato provare a farle ‘ste arancine, piccoli e rotondi strumenti del diavolo. Creare una palla di riso e infilarci dentro il ripieno, solo con l’aiuto delle mani e della forza della preghiera, non è semplice. Poi, per fortuna, si frigge tutto e l’olio nasconde qualsiasi imperfezione, unendo i popoli.

Nel frattempo si fa l’ora dell’aperitivo, preparato dall’Enoteca Cana sottoforma di degustazione di vini e prodotti locali.Tanto per ricordare che in città non mangiare a intervalli di dieci minuti è peccato del signore.

Di qui in poi è leggenda. Palermo, infatti, non solo è la capitale dello street food ma soprattutto degli alcolici a prezzi di una mezza minerale a Roma. Vi lascio immaginare il resto. Storie narrano di me e le mie amiche danzanti per tutta la Vucciria, teatro della movida palermitana.

   
    
   
GIORNO DUE – Ce l’avete presente quel detto “di notte leoni, di giorno licaoni”. No? Infatti non era così, era solo per dire che, la mattina dopo, mi sono svegliata appena umana. Fatta la conta degli organi interni e dei beni di proprietà, si riparte alla volta del Teatro Massimo. Non prima di un passaggio veloce per Piazza Pretoria o della Vergogna (qui se volete sapere vergogna di cosa).

Il Teatro Massimo è una delle attrazioni della città, magnifico e imponente, richiama i fasti di un tempo passato fatto di corsetti e carrozze. L’interno è un tripudio di broccati, sete, legno e oro. Noi abbiamo avuto il privilegio di visitare tutto l’edificio, dalle quinte al tetto, muniti di caschetto da Soprintendenza per i Beni Culturali. Molto poco sexy ma tanto “profescional”. 

Dalla cima si gode una vista mozzafiato di Palermo, dal monte S.Pellegrino ai tetti dei palazzi. E mentre sono lì a respirare la città, mi tornano in mente le parole del film American Beauty: “A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare”. E penso alla vita, allo splendore, al fatto che sarei dovuta andare a ballare più spesso invece di farmi le pippe mentali sui film. Ma questa è un’altra storia.

Si prosegue il tour attraverso le strade e i vicoli di Palermo, fino ad arrivare al mercato del Capo, uno dei più importanti in città. Qui la fa da padrone il chiasso dei venditori, il profumo del cibo, i colori delle bancarelle. Ma più di tutto il dialetto. Caldo, incomprensibile, esotico ed erotico. Un suono viscerale sporco e ruvido che ti solletica i timpani. Una parola su tutte che mi porterò dietro è “sangò”, un termine che sta a significare che sei il sangue che scorre nelle vene, quindi un termine di appartenenza. E che popolo grande può essere uno che ha una parola così specifica? Un po’ come gli eschimesi che hanno più termini per indicare la neve. 

Finito di girare il mercato, proseguiamo per la Vucciria (che mi hanno dovuto ricordare essere il mio dance floor la notte prima), Sant’Agostino, via Bandiera e il porto (loro lo chiamano Foro, ma a me sembrava proprio un porto).

Ci fermiamo a pranzo al GAM, la galleria di arte moderna, dove ci vengono offerte le arancine e la cuccìa, piatti tipici per la festa di Santa Lucia, durante la quale non si mangiano né pane né pasta.

Ma siccome il richiamo dello stomaco è più forte di quello della fede, io e una mia amica chiediamo di poter assaggiare le panelle. Ed ecco che torna la magia del giorno precedente quando ci viene messo in mano un panino con panelle e crocchè, il trionfo del gusto, una roba cicciona che ti avvolge il cuore di calore e colesterolo. Soddisfatte, torniamo alla galleria per una veloce visita alle opere.

Il nostro viaggio volge al termine, c’è il tempo di entrare nella Cattedrale di Palermo e di mangiare un cannolo sulla strada di ritorno per l’aeroporto.

Lascio Palermo con il cuore gonfio e gli occhi che un po’ pizzicano. Ho conosciuto persone stupende come la regione natia, sono stata accolta da un affetto che non sentivo da qualche tempo. Ho imparato tanto per merito dei ragazzi che hanno permesso questo weekend. Ragazzi che hanno la tenacia e la caparbietà della loro terra sventrata e ricucita.

Un ringraziamento va al team del Palermeet e a quello di Visit Palermo. Mai vista tanta dignità, tanto entusiasmo e voglia di trasmettere la propria storia riunite in così poche persone.

Me ne vado lasciando un pezzo di cuore e la promessa che ci incontreremo ancora.

A beddu cori, Palermo.