Fevrèr cört e maledèt: metà dóls e metà amarèt

Diceva Haracourt: “Partire è un po’ morire rispetto a ciò che si ama, poiché lasciamo un po’ di noi stessi in ogni luogo a ogni istante”.

Partendo dal presupposto che ogni volta che qualcuno usa una citazione, in un universo parallelo Whitman muore di nuovo, diamo a Edmond ciò che è di Edmond.

Partire è un po’ morire e tornare a casa al solito tran tran è un po’ il colpo di grazia, soprattutto quando entri dentro casa, ci sono panni stesi arrivati al terzo grado di stagionatura e l’eco delle voci ascoltate riecheggia come il canto delle sirene.

Così, per distrarmi un po’, scrivo del mio weekend a Bergamo, in occasione della mostra di Giovan Battista Moroni, Io Sono Il Sarto, tenutasi all’interno dell’Accademia Carrara.

Apriamo subito subito una parentesi, che poi scorderò di chiudere, la corrente gira e io pago.

Giovan Battista Moroni era un ritrattista bergamasco nato nella prima metà del ‘500, la cui opera più famosa – Il Sarto – è stata per la prima volta riportata in Italia, da quel lontano 1862 quando la National Gallery di Londra la comprò.

Punto di onore per un’Italia altrimenti superficiale perbenista e troppo spesso mediocre, l’Accademia Carrara è riuscita a organizzare una mostra/evento, avvicinando l’arte alla cultura pop, intesa anche come cultura digitale.

E qui entro in gioco (anche) io. Come utilizzatrice ossessivo-compulsiva dell’applicazione Instagram, sono stata invitata a Bergamo, insieme ad altri “colleghi”, per vedere dal vivo le opere del pittore bergamasco. Aggiungo: alla faccia  della professoressa di latino e greco che pensava il mio unico destino fosse quello di Brooke Logan. Daje sempre forte Flavia.

GIORNO UNO – MILANO. Io e la mia amica partiamo un giorno prima per Milano, per salutare alcuni amici approfittando della loro presenza in città. 

Parentesi, ora quadra. Quando si usa Instagram a un livello tale per cui perdi gli amici di una vita e diottrie davanti allo schermo, si finisce per conoscere persone a cui ci si affeziona nello stesso modo in cui io vorrò sempre bene a Dawson e tutta la sua cricca. Con il vantaggio di poterle abbracciare sul serio, basta stare incollati al computer in attesa delle offerte di Italo, far entrare in una bustina per i surgelati due paia di scarpe e un numero indefinito di maglioni e poi farsi mille mila km.

Ed eccoci a Milano. Milano la grigia, sì, Milano con i commessi nei locali della stessa simpatia di Goebbels, vero. Però anche la Milano di amici che ti aspettano alla fermata della metro, ti aspettano mentre saccheggi una farmacia a causa di una broncopolmonite, ti aspettano per assaltare il buffet durante l’aperitivo. Quegli amici per cui, forse, partire e’ davvero un po’ come morire, quando li saluti e a ognuno lasci un pezzo di anima. Che poi st’anima, altro che 21 grammi, deve pesare quanto Adinolfi per essere donata ogni volta a qualcuno senza morirne.

E soprattutto la Milano da bere. Perché gli amici li riconosci dalla tenacia del loro fegato e dal fatto che il giorno dopo ti parlano ancora.

   
 GIORNO DUE – BERGAMO. Visto che le disgrazie non vengono mai sole, lasciamo una piovosa Milano per un’altrettanto piovosa Bergamo. La mia voce, ormai, potrebbe essere usata per doppiare il compianto Califano e ho colpi di tosse che imbarazzerebbero Sasha Grey. I nostri ospiti, però, non sembrano accorgersene e anzi, con una premura che non ti aspetteresti quaggiù al nord, si prodigano per rendere il nostro un soggiorno indimenticabile.

Veniamo accompagnate al bed and breakfast Home Sweet Home, che definire incantevole non gli renderebbe giustizia.  Il b&b è composto da appartamenti indipendenti con le travi in legno e le pareti in pietra, una cucina attrezzatissima e piccole accortezze da farti passare la voglia di uscire: dalle caramelle sul cuscino agli ombrelli a disposizione degli ospiti.

Invece, incuranti del pericolo, io e la mia compagna di viaggio ci avventuriamo sotto l’acqua alla scoperta di Bergamo. In nostro soccorso viene una ragazza del posto, che, non solo ci fa da cicerone per la città, ma viene a prenderci in macchina per portarci nella Città Alta. Già il nome è tutto un programma, immagino scenari alla Game of Thrones, draghi che sputano fuoco sulla parte bassa (città, non gioielli di famiglia), lotte intestine, i Lannister, i ghibellini e tutto il cucuzzaro.

In effetti l’architettura e la pianta urbanistica non deludono le aspettative. Un luogo su tutti: la Chiesa di Santa Maria Maggiore in Piazza Duomo, un trionfo barocco di intarsi e affreschi, dove è sepolto Donizetti.

La nostra accompagnatrice ci porta a mangiare al Caffè della Funicolare, locale molto suggestivo a cui si accede passando davanti alla funicolare, appunto, e dalle cui vetrate di può godere di una vista mozzafiato. Birra, polenta e l’omo campa come si dice a Canazei.

La luce del giorno ci ha lasciate già da un po’, io e la mia amica facciamo merenda in un pub a suon di torta e rugby, l’accoppiata di noi donne dure. Finiamo la serata, infreddolite e in pigiama, a mangiare cibo cinese nel nostro appartamento.

   
    
   
GIORNO TRE – BERGAMO. È la mattina del grande giorno. Arriviamo all’Accademia Carrara, dove ci accolgono Antonio Cadei, titolare del network IgSpecialist, e Gianpietro Bonaldi, amministratore della Cobe, società che si è occupata della riapertura del museo. Dopo un breve discorso, siamo liberi di girare per le sale. Spiccano naturalmente i ritratti di Moroni, ma l’Accademia Carrara vanta moltissime opere, tra cui quelle di Mantegna e Raffaello. Passiamo di sala in sala, accompagnati da due giovanissimi ragazzi in abiti d’epoca che si prestano a posare per noi, invece di smascellare a un after. Poi quando siete grandi vi spiego il termine smascellare.

È una giornata di arte, nel senso classico del termine, che incontra le arti digitali, la cultura che si fa popolare. I ritratti sembrano osservare curiosi e un po’ severi l’operato delle nuove leve senza pennello, ma con uno smartphone.

Finiamo il nostro incontro davanti a una bella pizza nel ristorante Vesuvio1970, perché si sa che il fuoco dell’arte va alimentato con il combustibile giusto. Nel mio caso si presenta sottoforma di gorgonzola e prosciutto crudo, che nelle ore successive quello che sento non so se è il fuoco sacro dell’arte, a me sembra più reflusso gastrico. Ma chi sono io per dire come si presenterà lo spirito santo quando arriva.

La giornata volge al termine, ancora un breve giro per la Città Alta ed è già ora di prendere un altro treno, stavolta direzione lavatrice.

Ringrazio IgSpecialistAccademia Carrara e Visit Bergamo per l’opportunità che mi è stata offerta.

E ringrazio mamma per avermi fatto bionda.