La vecchia signora (fuochino)

Fino alla comparsa di Instagram, c’erano regioni e città di Italia never covered, incastonate in qualche anfratto del cervello, destinato a conservare quei vaghi ricordi di geografia attraverso parole chiave come “settore terziario”.
Che poi io, ‘sto settore terziario, non sapevo mica che cosa volesse dire, ma mi piaceva come suonava, insieme a “transumanza” e “pittura rupestre”. Come abbia fatto a uscire dal tunnel del sistema scolastico, è ancora oggetto di studio da parte della Columbia University.

Tornando a bomba, Torino, per me, è sempre stata la città degli Agnelli, della banca Intesa San Paolo, delle trasferte che mia madre doveva fare quando lavorava e dei gianduiotti. Motivo per andare lì, nessuno. Non me ne vogliano gli amici sabaudi, ma non c’è stata mai occasione di venirvi a trovare.
Poi è arrivata l’era del marketing territoriale spinto, della riqualificazione del territorio e, non solo si è venuto a sapere che avevano costruito il Molise ma non la Salerno-Reggio Calabria, ma che il mondo era la nostra ostrica e l’essenziale è invisibile agli occhi. Scherzo, non ho ancora perso il filo del discorso.

GIORNO UNO – Partiamo per Torino in occasione dell’empty Valentino. La formula “empty museum” è un’iniziativa creata da Dave Krugman e sta a indicare l’opportunità di visitare un luogo (un museo solitamente), senza la normale ressa dei visitatori abituali. Suona figo e lo è, soprattutto quando tu fai parte degli invitati, alla faccia del docente di Critica Letteraria che ti cacciò dall’aula quando tu avevi già consegnato la domanda di tesi. Ma questa è un’altra storia.

L’impatto con la città è subito intenso; per andare all’hotel che ci avrebbe ospitato, passiamo per una via molto colorita: spacciatori, prostitute e psicolabili vari, che avremmo poi ritrovato frequentemente nel nostro weekend torinese. Messa così, sembra che io stia parlando del Bronx. La verità è che, a mio avviso, Torino è una città fortemente cosmopolita, viva e molto attiva. Si incontrano i punkabbestia con i cani e le signore ingioiellate, che nascondono il ritocchino dietro occhialoni griffati. Il vero meltin pot.
Lasciamo la zona della stazione e arriviamo nei pressi del Parco del Valentino, dove le vie sono alberate e gli studenti si raccolgono davanti alle scuole. Ad attenderci il Duparc Contemporary Suites la struttura che ci avrebbe cortesemente ospitato per tutta la durata del nostro soggiorno. Ce l’avete presente Julia Roberts che entra per la prima volta nell’hotel? Ecco, uguale, ma senza Richard Gere. Purtroppo. Appena entrata nella mia suite (ce sentite da ‘sta recchia? Suite), avrei voluto tirare brioche dalle finestre indossando solo due gocce di Chanel n.5, ma siccome rimango sempre umile, mi sono limitata a fare pipì in una stanza, lavandomi le mani in un’altra. Perché noi ricchi abbiamo una sala delle funzioni corporee e una per per le abluzioni.
Va subito detto che Torino è una città molto regolare, molto simmetrica, vicoli ordinati si dipanano da piazze squadrate, portando in altri vicoli ordinati. Allo stesso tempo propone stili architettonici diversi, senza mai essere chiassosa. È elegante come l’orologio sul polsino di Gianni Agnelli, sobria anche nei richiami liberty e barocchi. Camminiamo per Via Roma, Piazza Carlo Alberto, entriamo nella galleria San Federico e proseguiamo per Piazza Castello. È poi la volta della Mole, gigantesca, imponente e ancora a piedi fino al Po, per vedere la Gran Madre illuminata al tramonto. Tempo di un aperitivo e si ritorna all’albergo, dove ci concediamo un bagno caldo prima di andare a cena. Mi sento sempre più Julia mentre riempio la vasca e sposto le tende per godere della città illuminata, invece credo di essere un incrocio tra un porno anni ’90 e una povera orfanella sporca di carbone. Concludiamo la cena al Petit Baladin, una birreria dove gli hamburger pesano quanto un bulldog francese.
   
    
   
GIORNO DUE – Il motivo principale per cui siamo qui, come già preannunciato, è l’opportunità di visitare il Castello del Valentino senza l’orda dei visitatori. Ad attenderci due ricercatrici molto preparate, che in un’ora ci fanno rivivere i fasti dell’epoca sabauda, attraverso un giro per le sale che costituiscono il palazzo. Non mi metterò qui a illustrare argomenti non di mia competenza, mi limiterò a dire che io mi ci vedo, giovane sposa di uno che si chiama Amedeo Filiberto Carlo Vittorio Emanuele di Savoia Incoroneta, a girare per il castello indossando un vestito più pesante di me, mentre urlo: “No Manu, questa è la sala delle rose, qui non si litiga, passiamo bensì alla sala delle torture”. 

Finita la visita, ci concediamo una passeggiata nell’omonimo parco, un Central Park de’ noantri, dove gli scoiattoli si arrampicano sugli alberi e lo sport nazionale è la canoa. Sì perché Torino, nonostante una scena underground molto fervida, mantiene l’aplomb di una dama di altri tempi e lo dimostra nella sua architettura, in uno stile di vita “aggraziato”.
Continuiamo il nostro tour attraverso il Borgo Medievale, una sorta di museo a cielo aperto pensato per far scoprire la vita quotidiana in quel periodo, la Galleria Subalpina e Palazzo Madama. Poi è la volta della Chiesa di San Lorenzo, anche detta Real Chiesa, che io, da vera bionda, ho letto “rial” come Slim Shady. Ora, se non sapete di cosa sto parlando, meglio così, questo discorso non è mai avvenuto e il post si autodistruggerà tra 30 secondi. In caso contrario – beh – chiunque avrebbe potuto fraintendere. 
Proseguiamo per le vie che compongono il Quadrilatero Romano (le antiche mura romane che proteggevano il centro), per poi salire fino al Monte dei Cappuccini per godere del tramonto. Ora, quando vi diranno “Dai, saliamo sul Monte”, voi ricordatevi che si chiama monte, non pianura facilmente raggiungibile dei Cappuccini. I Torinesi, infatti, ci arrivano in macchina. Ma una volta su, la vista dell’intera città è impagabile, come il pensiero che basterà chiudersi a bomba per tornare giù a valle.
Concludiamo la serata mangiando sushi in un ristorante all you can eat, finché l’apparizione dei primi santi non ci avverte che è ora di tornare in albergo.
   
    
   

GIORNO TRE – Ultimi giri prima di prendere nuovamente la strada di casa. L’esperienza torinese si è rivelata al di sopra di ogni aspettativa: la città ricorda in un certo modo Parigi – nell’eleganza ma anche nel meltin pot – e le persone che ci hanno accolto si sono dimostrate padroni di casa eccellenti e partner in crime senza eguali. Il tutto condito dall’ospitalità del Duparc Contemporary Suites, che ha permesso un weekend da favola.

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