La prima volta fa sempre male, la terza volta ti fa pensare

Esiste una fase della conoscenza tra due persone, che fa presagire potrebbe trattarsi di una promettente e stabile relazione. È il momento che va dal primo appuntamento ai successivi due o tre. Sono gli incontri dopo a determinare se il primo è andato davvero bene o se quel “sentiamoci” a fine serata era la scorciatoia verso un futuro da single.
Se voi prendete questa regolona generale e l’applicate un po’ a tutto ciò che riguarda la sfera emotiva, otterrete il mio ritorno a Palermo. 
La prima volta ero rimasta affascinata dal suo aspetto complesso: umile, cafona, opulenta, misera, elegante, decadente.

La seconda volta ci sono tornata per verificare le emozioni provate durante la visita precedente. Se era amore oppure un calesse. O un “lapino”, come dicono lì.
Stavolta l’occasione si è presentata sotto forma di compleanno del mio ragazzo, che avendo compiuto quarant’anni, da oggi chiameremo il mio signore.

La naturalezza, con cui abbiamo deciso di festeggiarlo in questa città che ormai sentiamo un po’ nostra, con delle persone diventate amiche, mi convince sempre di più che Palermo sia la città giusta per me.

GIORNO UNO – Per non perdere neanche un minuto del weekend, la partenza è con comodo alle otto del mattino. Arriviamo a Palermo con un tempo che minaccia pioggia e in orario da colazione.

Un po’ perché la città è gastronomicamente generosa, un po’ perché quello che succede in vacanza rimane in vacanza, decidiamo che le dieci e mezza sono un buon orario per birra e sfincione al Mercato San Lorenzo. Il mercato, come suggerisce il nome, è un’esposizione di cibo all’interno di uno spazio riqualificato,  dove design e materiali di recupero hanno contribuito a creare uno di quei posti radical chic che vanno di moda ultimamente. 

Qui non solo si possono comprare prodotti locali, ma anche assaggiarli sul momento. E siccome tutto mi si può dire, tranne che non ho rispetto per le culture locali, mi sento in dovere di mangiare questo lenzuolo di pizza con ricotta, cipolla e acciughe.
Apro una parentesi: se andate a Palermo, o in generale in Sicilia, sappiate che sono un popolo generoso anche nelle porzioni. Tu chiedi un’arancina e ti arriva un Supertele che da un momento all’altro esploderà ragù. Ordini un piatto di pasta e arriva la cofana di spaghetti di Bruno Sacchi (per chi non era giovane in quegli anni o non romano, cercatelo ché io non lo trovo).

Di conseguenza, non dimenticate le gomme da masticare, di quelle potenti, alla candeggina possibilmente. 
Dopo un primo corroborante contatto con la città, andiamo nel B&B che ci avrebbe ospitato per il fine settimana, Stanze al Genio. L’aspetto più curioso è che la struttura si trova nell’appartamento sopra al museo delle maioliche, che raccoglie 2300 mattonelle napoletane e siciliane. Anche il B&B, quindi, è stato arredato nello stesso modo, conservando i pavimenti originali e i soffitti affrescati. Vi assicuro che fare la doccia sotto un soffitto dipinto è davvero suggestivo.
Tempo di lasciare le valigie in camera e siamo pronti per il pranzo. Come ho già detto, a Palermo si mangia costantemente e la selezione naturale vuole che le signorine mangiainsalata vengano trovate in overdose da Imodium. Qui ci sono tra le donne più belle che abbia mai visto, con il fegato di un muratore e la capacità alcolica di un marinaio. Astenersi perditempo.
Ci fermiamo a mangiare in una delle trattorie del centro, la Trattoria Basile, dove ordiniamo il panino con la milza, uno spugnoso e sugoso panino che sa di eternità. 
Tappa successiva, Terrasini, una località balneare con i negozietti di materiale per la pesca e poi, ancora, Cala Rossa. So che si può dire di molte città, ma nella mia ingenuità, quando penso a una provincia del Sud, penso al mare, alla sabbia, al porto. Poi vieni a Palermo e se ti sposti appena dal centro, trovi posti dove la natura ricorda quella imponente della Norvegia dei fiordi. È così Cala Rossa, dove rocce a strapiombo si tuffano nelle onde e se ti siedi su uno sperone, con i piedi penzoloni e il vento che soffia, vedi il mare ribollire sotto di te.
Torniamo di nuovo in centro, poi a cena in un locale dove eravamo stati la volta precedente e ancora in giro a bere qualche altra birra. Ricordate, qui la birra costa meno dell’acqua, praticamente Praga, con lo stesso dialetto incomprensibile.

Consiglio: se nella vostra adolescenza avete sognato di dare fuoco a una chiesa e il 1977 è un anno per voi caro, due sono i locali da non perdere. Il Krust e il Rocket Bar.

Cocktail dell’estate: il fresconegro, a base di amaro e Schweppes. Sembra chinotto ma non è, serve a darti l’allegria.

    

    
   

GIORNO DUE – La sapete quella di notte beoni di giorno… Vabbè la sapete, eppure coraggiosamente mi sveglio per fare colazione e trovarmi, vicino ai cornetti, le arancine. Che grande popolo è questo.
Un popolo che ha un menù di pesce a prezzo fisso e tra gli antipasti offre i ricci di mare, appena aperti, da far scivolare sul pane col sesamo. 
Mangiare pesce è l’obiettivo del giorno, anche se con la scusa visitiamo Sferracavallo e Barcarello. Poi all’improvviso siamo seduti al Sea Fruits e da lì non ci muoviamo per le due ore successive.
Finiamo la serata in un locale dove ormai siamo di casa, arrivano gli amici, due tra i più cari ( Your Noisy Neighbors) suonano anche per noi, alziamo i calici ripetutamente. In questa notte di baci e abbracci sinceri, salutiamo la città ancora una volta.

Palermo, se tu me lo chiedessi, io ti sposerei.
  
   
    
 

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