Siamo tutti in questa situazione insieme

Dicesi “blocco dello scrittore” quella forma di ansia che ti fa cancellare tre volte l’incipit perché appare banale, forzatamente ironico, ora tiro contro il muro il portatile, appicco fuoco a casa e inizio una nuova vita lontana da tutti, nutrendomi di licheni e parlando con gli uccelli. Quelli che cinguettano, non quegli altri, ché se parlavo con questi ultimi, forse ero fidanzata con qualche ex presidente del consiglio e altro che ansia da prestazione, mi compravo un ghost writer e lo obbligavo a scrivere mentre io davo mille baci a Fuffi, il mio spumoso Bichon Frisè.

Stavamo dicendo? Ah sì, che se mio nonno aveva tre palle era un flipper e io non starei fissando da mezz’ora il muro, pensando a come parlare del concerto dei Massive Attack.
Proverò così: sono andata a vedere i Massive Attack.

Partiamo subito dal presupposto che qualsiasi cosa una qualsiasi persona decide di fare, é sempre soggetta a critiche, amplificate da quella cassa di risonanza che è il web. Italiani, popolo di poeti santi e opinionisti.

Togliamoci il dente, in quest’ultimo tour sono state mosse al gruppo le seguenti critiche:
1) Il prezzo del biglietto non era adeguato alla durata del concerto. Troppo alto il primo, troppo breve il secondo.
2) A Firenze, Robert Del Naja, uno dei fondatori del gruppo di Bristol, ha avuto un calo di voce e alcune canzoni hanno fatto cagare.
3) Sono risultati freddi.

Tutto vero o quantomeno plausibile. Ma quando si tratta di situazioni in cui la parte emotiva gioca un ruolo importante, non ci sono verità assolute. Per uno che si lamenta, ce ne sarà un altro con emozioni diverse e altrettanto rispettabili.

Io arrivo all’Auditorium Parco della Musica già maldisposta, dalle cose lette in precedenza, dal “non è tanto il caldo quanto l’umidità” (fatto sta che io sono già unticcia e i capelli si stanno arricciando sulla fronte e va bene l’estate addosso, ma c’ho pure l’ascella commossa), dall’aver attraversato tutta Roma e anche dal problema delle doppie punte, non si sa mai.
Poi però incontro una coppia di amici che non vedo da tempo, la Cavea è piena di un pubblico eterogeneo e di lì a poco rivedrò un gruppo dopo otto anni dall’ultimo live a cui avevo assistito.

Alle dieci meno un quarto (minuto in più minuto in meno), i Massive Attack salgono sul palco. Per chi non li conoscesse, direi che è ora di recuperare questa terribile lacuna e nessuno si farà male. Vederli dal vivo è un’esperienza che va provata almeno una volta, perché di vera e propria esperienza mi sento di parlare. La loro forza, è riuscire ad accompagnare lo spettatore attraverso un percorso a metà tra sonno e sogno, una sorta di dormiveglia attivo.

La scaletta, se pur priva di pezzi storici come Karmacoma, attinge da album vecchi (Hymn Of The Big Wheels da Blue Lines) al più recente Ep Ritual Spirits. Due batterie, sei componenti fissi più vari ospiti alla voce, i Massive Attack regalano un’esibizione serrata e precisa, in cui la parte visuale predomina.

Qualcuno ha parlato di una band fredda. Dal mio punto di vista il gruppo di Bristol, invece, è volutamente rimasto nell’ombra, come mero accompagnatore del pubblico all’interno di un’esibizione. A farla da padrone sono gli schermi alle spalle dei Massive Attack, dove vengono proiettate frasi (in italiano e non), immagini, nomi e codici, in un rimando continuo tra passato e attualità e in cui lo spettatore è chiamato a partecipare attivamente a quello che gli viene mostrato. C’è spazio per l’argomento Brexit, il terrorismo, personaggi storici, dichiarazioni di solidarietà e messaggi di speranza. I suoni si susseguono veloci, coinvolgenti e alienanti allo stesso tempo. Il pubblico è sospeso tra il lasciarsi andare e la necessità di mantenersi vigile, la Cavea rimbomba sul basso di Angel e il cuore spinge contro la cassa toracica.

Il tempo insieme è quasi finito, c’è tempo per Unfinished Sympathy cantata magistralmente da Deborah Miller, sullo schermo appare la scritta “Siamo tutti in questa situazione insieme”, il pubblico si alza in piedi, è quasi una liberazione. Mi guardo intorno, vedo i sorrisi e le mani rivolte al cielo, penso a tutti quelli morti in una situazione come la nostra. Penso a chi è morto cantando, chi amando, chi combattendo, penso alla potenza che può avere l’amore quando non è banalizzato.

I Massive Attack vanno via e noi veniamo sorpresi da un’esplosione di fuochi di artificio. Una pacchianata? Un’azione voluta per richiamare altro?
Io so solo che questa serata mi ha coinvolta esteticamente ed emotivamente, ci ha ricordato cose che continuiamo a dimenticare, forse l’hanno fatto in maniera un po’ sorniona, ma mentre lascio l’Auditorium più povera di qualche euro e più sudata di quando sono entrata, mi sento tutto sommato felice.

  


 

Puglia: lu sule lu mare e i pasticciotti. La conclusione 

Sapete quando si dice “se potessi tornare indietro con la testa di adesso”? Ecco. Se potessi tornare indietro, costringerei mia madre a tenermi a stecchetto, per poi portarmi a Trigoria tutti i giorni, altro che le vacanze in Austria a raccogliere pigne per l’albero di Natale. A quest’ora sarei la ricca moglie di un calciatore, con tanto tempo a disposizione e il bisogno di dimostrare che so anche coniugare i verbi. Le pigne le avrei comprate da Cartier e avrei avuto modo di scrivere le mie memorie, un po’ Silvio Pellico, un po’ Yourcenar.

Invece a un mese dal rientro in terra romana, mi trovo ancora a dover concludere il mio racconto sull’esperienza nel Salento. Se riesco entro dicembre, magari avrete un’idea di dove andare in vacanza.

GIORNO QUATTRO – Il risveglio è dei più dolci. Ad attenderci una colazione che ha del mitologico, a raccontarla non ci crederebbe nessuno. Purtroppo il mio girovita ha una fede incrollabile e, quando si tratta di infilare i jeans, mi ricorda che lui, la colazione, non l’ha dimenticata. Il programma della mattinata, infatti, prevede uno shooting fotografico con i vestiti gentilmente offerti da Meltin’ Pot, il famoso brand salentino di abbigliamento. Il problema è che i modelli siamo noi, ma che dico, il problema è che uno dei modelli sono io. Mi sdraio sul letto cercando di far entrare le mie gambe nei pantaloni, con la stessa facilità con cui Rocco Siffredi indossa un preservativo taglia XS. Chiudo la zip e prego che regga fino al prossimo albergo, stoica come un monaco con il cilicio.

Visitiamo il borgo di Specchia, un borgo medioevale in cui perdersi tra i vicoli bianchi e le persiane socchiuse. Il paese prende il nome dalle specchie, cumuli di pietra a forma conica che venivano utilizzate come punti di avvistamento o di difesa.

Dopo pranzo, ci dirigiamo alla volta di Castro Marina, una frazione dell’omonimo paese, affacciata sul mare. L’idea è quella di fare un giro, ma la pioggia ci coglie all’improvviso e ci costringe a rifugiarci a La Roccia, l’hotel che più tardi ci avrebbe ospitato per l’aperitivo. Dove per costringe intendo che abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando le prime gocce hanno cominciato a scendere. Camminare per ore, conoscere posti nuovi e le tradizioni locali ha il suo fascino, ma anche potersi fermare su comodi divani mentre davanti a te si stende il mare a perdita d’occhio lo ha. Beviamo e mangiamo ancora, ormai contro qualsiasi legge fisica che ci vorrebbe morti due giorni fa.

Nel frattempo il buio sta sostituendo il giorno ed è ora di prendere possesso di quello che sarà il nostro albergo per la restante vacanza.

Come fare a descrivere l’Iberotel, usando meno parole possibili? È un resort anti stress, un villaggio a sedici stelle e un pianeta dove abbiamo passato giornate perfette, rese ancora più belle dalla formula all-inclusive. Il fegato ringrazia.




GIORNO CINQUE – È la volta di Gallipoli, conosciuta anche come Perla dello Ionio. Chissà poi perché: saranno i vicoli in cui perdersi, l’acqua cristallina su cui si riflette il sole, le barche colorate ormeggiate al porto, i locali affacciati sul mare, il mercato del pesce dove è possibile mangiare i prodotti appena pescati? Gallipoli è “tanta”, così varie le cose da vedere, che all’ora di pranzo siamo già sfiancati e approfittiamo dell’ospitalità dell’Ecoresort Le Sirene’ per il primo bagno di stagione.

La serata si conclude al Lido Marinelli, dove assistiamo al tramonto più spettacolare da quando siamo arrivati e che diventerà simbolo del forte affetto che ci ha unito durante questa vacanza.

  
  GIORNO SEI – Che ci crediate o no, anche un tour ha bisogno di un giorno off in cui girare con le infradito dalla colazione alla cena. Spendiamo il venerdì sfruttando tutto ciò che l’Iberotel offre. C’è chi prova il kitesurf, chi non rinuncia alla linea facendo spinning, poi ci sono io che cerco di tenere insieme le calorie accumulate, ché sarebbe un peccato perderle per strada. La giornata passa tra uno spritz e un bagno turco per eliminarlo. Ci sono stati già i primi arrivederci e qualche occhio lucido, man mano che va avanti la serata si fa più evidente la consapevolezza che ci stiamo per lasciare. Ci godiamo la notte come se dovessimo restare per sempre qui, come se nessuno ci aspettasse a casa, non il commercialista, non l’amministratore né la revisione alla macchina.


 GIORNO SETTE – È il giorno in cui finisce tutto e si torna a casa. Ognuno di noi ha l’aereo o il treno in orari diversi, così l’addio diventa uno stillicidio. Sai che alcuni di loro li rivedrai, alcuni probabilmente no, con tutti hai condiviso giorni e notti e questo è il regalo più prezioso che mi porto dietro. Piango mentre abbraccio i miei compagni, piango mentre sono all’aeroporto, piango ancora i giorni successivi. Poi la vita quotidiana torna a scorrere placidamente e mentre scrivo il timer della lavatrice mi avverte che è ora di normalità.

CONCLUSIONI – Un viaggio del genere porta con sé un grande potenziale. Intanto nella capacità di sfruttare un nuovo canale digitale per far conoscere la propria terra in tutto il mondo. Ho conosciuto persone splendide, che credono nel loro territorio e lo vogliono raccontare a livello emotivo. Attraverso un hashtag (#salentoupndown) abbiamo mostrato la Puglia così come lei si svelava a noi: alcuni da profani, altri da indigeni, altri ancora guardandola con gli occhi di una cultura diversa. Abbiamo provato a far vivere le emozioni del momento, così come noi le stavamo sperimentando.

Scopri che a 35 anni ti puoi ancora mettere in gioco, mostrarti senza paura davanti a chi reputi sconosciuto. Scopri che il “diverso” non è poi così diverso, semmai ti arricchisce con il suo bagaglio di esperienze e ha il tuo stesso sorriso di fronte a un piatto di pasta. Scopri che si può ancora fare amicizia con la stessa disinvoltura di quando eravamo piccoli, basta una canzone, una sigaretta offerta, una battuta involontaria.

Per tutto questo e per molto altro che voglio che sia solo mio, grazie Salento.