La biondina in gondoleta 

Dall’ultima volta che ho scritto un articolo sono successi: calamità naturali, Donald Trump presidente degli Stati Uniti, il divorzio dei Brangelina, io che mi sono messa a dieta. Se aspetto ancora un po’ arrivano le locuste, la moria delle vacche e i primogeniti non se la passeranno benissimo.
Cosa era successo nelle puntate precedenti: la mia vacanza enogastronomica, cominciata in Toscana, prosegue a Venezia.

GIORNO UNO – Mi sveglio la mattina della partenza convinta di aver perforato l’ulcera. Mentre dentro di me l’Inferno dantesco e il Mordor di Tolkien si stringono la mano, io comincio a implorare i miei avi di liberarmi dal male, giuro di devolvere l’otto per mille alla chiesa cattolica e di smettere di bestemmiare in rima. Prometto di riportare a mia sorella le scarpe che ho fatto finta di non sapere dove fossero e di nutrirmi solo con muschi e licheni. Ma soprattutto pronuncio la madre delle frasi: “oggi non bevo”.
Arriviamo a Mestre verso l’ora di pranzo, carichi di promesse e belle speranze. La prima tappa obbligatoria è l’albergo. L’Hotel Bologna è una di quelle strutture in cui entri e ti chiedi perché dovresti uscire a visitare la città. Personale attento, parquet in camera ma soprattutto un calice di prosecco allo stesso costo di un cappuccino vista Colosseo.
Una doccia e un riposino dopo, prendiamo coraggio e raggiungiamo alcuni amici a Venezia. La città è come la ricordavo, piena di gente ma allo stesso tempo misteriosa, affollata nelle zone più famose e silenziosa nelle calli meno conosciute. Una città avvolta su se stessa nonostante i turisti, una dama riservata nel bel mezzo di una festa. Mi stupisco ancora di fronte ai panni stesi che si riflettono sull’acqua, al traffico di barche, al tramonto che infiamma il Canal Grande. Noto che i gabbiani sono sempre grossi come tacchini, ma non invadono più Piazza San Marco come un tempo. Invadono tutto. E mentre mi guardo intorno con occhi che non ne hanno mai abbastanza di tutta quella bellezza, viene pronunciata la parola magica “aperitivo”.
Tutte le promesse, fatte nel tragitto tra la Toscana e il Veneto, hanno avuto la solidità dei titoli bancari dopo che l’Inghilterra è uscita dall’Europa. A quel punto attacco una cantilena costante e continua per costringere i miei amici a trovare una farmacia che mi dia eroina, assenzio, oppio o semplicemente un fegato nuovo per affrontare l’happy hour. Una volta individuata, chiedo alla farmacista qualsiasi cosa mi permetta di continuare la vacanza senza essere ricoverata prima. Lei mi risponde con una delle battute più divertenti da quando Robin Williams è morto, cioè che non dovrei bere, mentre io mando giù pasticche di Gaviscon come se fossero arachidi e annuisco rassicurante. Appena uscita dal negozio, andiamo a bere.
Quando hai la fortuna di essere accompagnata da abitanti del luogo goderecci e appassionati di cibo, scopri dei posti che altrimenti non avresti conosciuto. La Vineria all’Amarone è un locale gestito da un caloroso quanto competente veneziano, che ci introduce al tradizionale cicchetto. Dicesi cicchetto, uno stuzzichino che si presenta, solitamente, sotto forma di pane con sopra un affettato o del pesce. Uno su tutti, il cicchetto con baccalà mantecato. Due o tre bottiglie di prosecco dopo, torniamo al nostro confortevole hotel, con la pancia piena e la borsa pure. Di Gaviscon.




GIORNO DUE – Il risveglio, se possibile, è ancora più dolce. Scopro che la sala per la colazione ha la macchina per i pancake. Incurante dei segnali disperati che il mio corpo manda, mangio non come se non ci fosse un domani, ma come se non ci fosse stato uno ieri in cui mi sono ingozzata di cicchetti. Tempo di entrare faticosamente nei pantaloni e usciamo di nuovo, diretti a un classico e romanticissimo giro in gondola.

Mi scuso con gli amici gondolieri, ma questo momento tipicamente veneziano tutto fa tranne venire voglia di accoccolarsi ad ascoltare il mare. La gondola è pacchiana e mentre passiamo sotto i ponti, tutti ci guardano come se fossimo Don Antonio abbracciato al “pono pomellato“. In più i gondolieri hanno lo sguardo cattivo e cospiratore dei gabbiani, il che non rende il giro rassicurante come nei film di Woody Allen. Però è un’esperienza da fare, anche solo per salutarsi da gondola a gondola con i turisti stranieri.
Superata la prova gondola e avendo perso una caloria nel frattempo, corriamo ai ripari fermandoci a mangiare a La Bottiglia, un piccolo locale senza pretese dove bere un calice di vino accompagnato da un tagliere di salumi e formaggi.
La serata si conclude nel ristorante dell’hotel, dove non ho alcun ricordo dei piatti mangiati, ma sono certa di aver mangiato bene. E soprattutto bevuto meglio.
Finisce, così, la seconda tappa di quello che non era nostra intenzione far diventare un tour enogastronomico, ma si sa, a noi ce piace da magna’ e beve e nun ce piace da lavora’. Prossima fermata: Tarvisio.


 

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