La prima volta fa sempre male, la terza volta ti fa pensare

Esiste una fase della conoscenza tra due persone, che fa presagire potrebbe trattarsi di una promettente e stabile relazione. È il momento che va dal primo appuntamento ai successivi due o tre. Sono gli incontri dopo a determinare se il primo è andato davvero bene o se quel “sentiamoci” a fine serata era la scorciatoia verso un futuro da single.
Se voi prendete questa regolona generale e l’applicate un po’ a tutto ciò che riguarda la sfera emotiva, otterrete il mio ritorno a Palermo. 
La prima volta ero rimasta affascinata dal suo aspetto complesso: umile, cafona, opulenta, misera, elegante, decadente.

La seconda volta ci sono tornata per verificare le emozioni provate durante la visita precedente. Se era amore oppure un calesse. O un “lapino”, come dicono lì.
Stavolta l’occasione si è presentata sotto forma di compleanno del mio ragazzo, che avendo compiuto quarant’anni, da oggi chiameremo il mio signore.

La naturalezza, con cui abbiamo deciso di festeggiarlo in questa città che ormai sentiamo un po’ nostra, con delle persone diventate amiche, mi convince sempre di più che Palermo sia la città giusta per me.

GIORNO UNO – Per non perdere neanche un minuto del weekend, la partenza è con comodo alle otto del mattino. Arriviamo a Palermo con un tempo che minaccia pioggia e in orario da colazione.

Un po’ perché la città è gastronomicamente generosa, un po’ perché quello che succede in vacanza rimane in vacanza, decidiamo che le dieci e mezza sono un buon orario per birra e sfincione al Mercato San Lorenzo. Il mercato, come suggerisce il nome, è un’esposizione di cibo all’interno di uno spazio riqualificato,  dove design e materiali di recupero hanno contribuito a creare uno di quei posti radical chic che vanno di moda ultimamente. 

Qui non solo si possono comprare prodotti locali, ma anche assaggiarli sul momento. E siccome tutto mi si può dire, tranne che non ho rispetto per le culture locali, mi sento in dovere di mangiare questo lenzuolo di pizza con ricotta, cipolla e acciughe.
Apro una parentesi: se andate a Palermo, o in generale in Sicilia, sappiate che sono un popolo generoso anche nelle porzioni. Tu chiedi un’arancina e ti arriva un Supertele che da un momento all’altro esploderà ragù. Ordini un piatto di pasta e arriva la cofana di spaghetti di Bruno Sacchi (per chi non era giovane in quegli anni o non romano, cercatelo ché io non lo trovo).

Di conseguenza, non dimenticate le gomme da masticare, di quelle potenti, alla candeggina possibilmente. 
Dopo un primo corroborante contatto con la città, andiamo nel B&B che ci avrebbe ospitato per il fine settimana, Stanze al Genio. L’aspetto più curioso è che la struttura si trova nell’appartamento sopra al museo delle maioliche, che raccoglie 2300 mattonelle napoletane e siciliane. Anche il B&B, quindi, è stato arredato nello stesso modo, conservando i pavimenti originali e i soffitti affrescati. Vi assicuro che fare la doccia sotto un soffitto dipinto è davvero suggestivo.
Tempo di lasciare le valigie in camera e siamo pronti per il pranzo. Come ho già detto, a Palermo si mangia costantemente e la selezione naturale vuole che le signorine mangiainsalata vengano trovate in overdose da Imodium. Qui ci sono tra le donne più belle che abbia mai visto, con il fegato di un muratore e la capacità alcolica di un marinaio. Astenersi perditempo.
Ci fermiamo a mangiare in una delle trattorie del centro, la Trattoria Basile, dove ordiniamo il panino con la milza, uno spugnoso e sugoso panino che sa di eternità. 
Tappa successiva, Terrasini, una località balneare con i negozietti di materiale per la pesca e poi, ancora, Cala Rossa. So che si può dire di molte città, ma nella mia ingenuità, quando penso a una provincia del Sud, penso al mare, alla sabbia, al porto. Poi vieni a Palermo e se ti sposti appena dal centro, trovi posti dove la natura ricorda quella imponente della Norvegia dei fiordi. È così Cala Rossa, dove rocce a strapiombo si tuffano nelle onde e se ti siedi su uno sperone, con i piedi penzoloni e il vento che soffia, vedi il mare ribollire sotto di te.
Torniamo di nuovo in centro, poi a cena in un locale dove eravamo stati la volta precedente e ancora in giro a bere qualche altra birra. Ricordate, qui la birra costa meno dell’acqua, praticamente Praga, con lo stesso dialetto incomprensibile.

Consiglio: se nella vostra adolescenza avete sognato di dare fuoco a una chiesa e il 1977 è un anno per voi caro, due sono i locali da non perdere. Il Krust e il Rocket Bar.

Cocktail dell’estate: il fresconegro, a base di amaro e Schweppes. Sembra chinotto ma non è, serve a darti l’allegria.

    

    
   

GIORNO DUE – La sapete quella di notte beoni di giorno… Vabbè la sapete, eppure coraggiosamente mi sveglio per fare colazione e trovarmi, vicino ai cornetti, le arancine. Che grande popolo è questo.
Un popolo che ha un menù di pesce a prezzo fisso e tra gli antipasti offre i ricci di mare, appena aperti, da far scivolare sul pane col sesamo. 
Mangiare pesce è l’obiettivo del giorno, anche se con la scusa visitiamo Sferracavallo e Barcarello. Poi all’improvviso siamo seduti al Sea Fruits e da lì non ci muoviamo per le due ore successive.
Finiamo la serata in un locale dove ormai siamo di casa, arrivano gli amici, due tra i più cari ( Your Noisy Neighbors) suonano anche per noi, alziamo i calici ripetutamente. In questa notte di baci e abbracci sinceri, salutiamo la città ancora una volta.

Palermo, se tu me lo chiedessi, io ti sposerei.
  
   
    
 

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When il figliol prodigo meets il vitello grasso

Dal Vangelo secondo Luca, il ritorno del figliol prodigo viene accolto con l’uccisione del vitello grasso.
Quando vado a Cetona, nella casa che i miei genitori comprarono anni fa, sono il figliol prodigo e il vitello grasso insieme.
Una cosa che ho imparato con il tempo, è che un figlio non smette di essere figlio solo perché ha una casa propria, un frigo con delle Sottilette al suo interno e un commercialista tutto suo. 
Un figlio rimane piezz ‘e core e pure un po’ piezz ‘e merd per le preoccupazioni, reali o inventate, che continuerà a dare ai suoi genitori. 
Una di queste è il cibo. Per un genitore, il figlio non avrà mai mangiato a sufficienza, anche se si è appena alzato da tavola. Per un genitore, il figlio avrà sempre l’aspetto di Chuck Noland di ritorno dall’isola in Cast Away. Magari sotto la corazza di panna cotta di Adinolfi, ma in fondo deperito.
GIORNO UNO – Arriviamo a Cetona in tarda mattinata e – ça va sans dire – le patate già sfrigolano nel forno con quel profumo rassicurante di olio e famiglia. Mia madre ci accoglie con il suo sorriso da lady della Val D’Orcia e le seguenti parole d’amore: “papà chiede se lo raggiungiamo per un aperitivo”.
Per chi avesse perso le puntate precedenti, in cui introducevo questo borgo, Cetona è un comune di neanche tremila anime, dove la vita sociale si svolge principalmente nella piazza del paese. Qui ci si dà appuntamento per raccontarsi gli ultimi pettegolezzi, decidere le sorti della contea, bere. 
Prendiamo un calice di vino bianco ghiacciato al Caffè Sport, giusto per preparare lo stomaco al pranzo. Lo stomaco, infatti, va educato ad affrontare qualsiasi situazione; potrebbe essere un panino con il lampredotto alle nove di mattina o un’impepata di cozze alle undici di sera. Se il vostro corpo è il vostro tempio, lo stomaco sono le mura. È inutile che lo alimentiate a fiori di Bach e petali di riso, ché al primo bacillo nell’aere prendete la gonorrea. Fate come me, una botta al cerchio e una alla botte, petto di pollo un giorno, peperonata un altro. Forse avvertirete un lieve bruciore e vomiterete sangue, ma un tempio va difeso anche a costo di qualche sacrificio.
Con questa supercazzola, ci apprestiamo a onorare la cucina materna. Una madre che si possa definire tale, anche quando è evidente che sta aspettando gli Achei tutti, dirà sempre: “Ragazzi, una cosa al volo eh”.
Mangiamo la lasagna ( “un pezzetto per uno eh”), le scaloppine ( “un assaggio eh”), le patate croccanti ( “è difficile trovarle buone, sono sempre troppo dolci”), la verdura ripassata ( “un po’ di verdura, poi ho pensato basta così”). E beviamo, beviamo, più che un pranzo in famiglia sembra la reunion degli Oasis.
Dopo una breve siesta post prandiale, che non ci dà neanche il tempo di digerire, veniamo portati a una cantina per assaggiare i loro vini. Le mura del mio tempio cominciano a vacillare, ma io resisto. Solo i duri, solo i forti. Continuiamo per Camporsevoli, un borgo medioevale dove le uniche forme di vita siamo noi e gli alberi che circondano questa Silent Hill toscana. Facciamo un giro in macchina per i tornanti che portano alla montagna, il verde brillante dei campi, più scuro nelle zone d’ombra, si sussegue ai colori dell’estate ormai imminente. 
Un’ultima occhiata tra i cespugli per stanare i caprioli (l’ho già detto che mio padre contiene Piero e Alberto Angela in un unico uomo?) e a malincuore ci accingiamo a concludere la giornata.
Non prima di aver fatto un aperitivo preparatorio a una cena a base di hamburger di chianina.

   
    
   
GIORNO DUE – Mi sveglio e questo già mi sembra sufficiente. Andiamo a fare colazione in un bizzarro locale chiamato Michele & Co., sogno proibito di ogni utilizzatore compulsivo di Instagram. Servono dalla colazione alla cena, dai macarons al filetto, in un ambiente volutamente disordinato. Ci sono tavoli di legno, tavoli di marmo, sedie impagliate, poltrone vecchio stile, lampadari, alberi che crescono dentro la sala.
Proseguiamo per Panicale, un altro borgo ma stavolta in Umbria, dove un panorama mozzafiato sul lago Trasimeno introduce a questo Comune fatto di vicoli e piccoli giardini nascosti.
Prima di tornare a casa, passiamo al casale di alcuni amici dei miei genitori. La vista del parco che circonda l’edificio, la casetta degli attrezzi, questa atmosfera un po’ decadente di fasti passati, mi convince sempre di più che io sono nata per essere pazza e ricca, non solo pazza.
Io sono destinata a uscire in giardino indossando una camicia da notte in lino egiziano 40 carati, per giocare a golf nella maniera sfacciata dei bohémienne viziati. Cioè tirando le palline contro i vetri delle stamberghe della plebe.
Pare che ci sia in vendita, a 23 milioni di euro, un’intera contea con un’abbazia privata. Mi mancano 23 milioni meno un centinaio di euro e potrò portare a compimento il mio destino.
Non muovetevi eh.

   
   

Non c’ero e se c’ero mangiavo

C’è gente che scrive per lavoro, chi per uno Sturm und Drang interiore. Io perché forse riesco a stare lontano dal cibo per almeno un paio di ore.

Fisicamente intendo, perché quello che sto per raccontare non è stato propriamente il weekend di 7 kg in 7 giorni.

Galeotto fu il festival di cultura digitale Medioera, una manifestazione sull’innovazione e sulla tecnologia, a cui partecipano ospiti italiani e internazionali, che si svolge a Viterbo. Tra gli ospiti “nostrani”, insieme a personaggi del calibro di Lidia Ravera, io. Che se non sono salita sul palco è per timidezza.

GIORNO UNO – Arriviamo a Viterbo venerdì sera, in tempo per alcuni degli interventi più divertenti della giornata.

Sto parlando di Federico Palmaroli, l’inventore di una pagina Facebook, che in breve è diventata un fenomeno mediatico. Forse solo nonna non conosce Le più belle frasi di Osho, ma nonna sono dieci anni che è morta, quindi la perdoniamo. L’occasione per conoscere questo autore romano è data dall’uscita del suo primo libro: Ma fa ‘n po’ come cazzo te pare. 

Ora, non perché sono romana, ma il nostro dialetto è veramente comico e ancora più comico è quando viene usato senza la reale intenzione di far ridere. Mentre Federico legge stralci del suo libro, io perdo cinque calorie solo ridendo. La sua aria seria, mentre pronuncia frasi come “Quel riso non lo butta’ che domani ce famo i supplì” e sullo sfondo le  immagini del mistico indiano, non mi fa respirare.

E poi, tutto ciò che è dissacrante, a me piace come il cucchiaio infilato nel barattolo della Nutella.

A tale proposito, cito necessariamente anche il secondo intervento, quello di uno degli autori di Lercio, un sito satirico di notizie inventate, costruite in modo da creare dubbi sulla loro veridicità. Ma anche qui, non sto dicendo niente di nuovo. E se lo sto facendo, andate e informatevi.

GIORNO DUE – Risveglio al Balletti Park Hotel, doccia, colazione ed è già tempo di mettersi in macchina per raggiungere la prima destinazione di questo weekend: il Centro Botanico Moutan. Si tratta della più vasta collezione al mondo di peonie cinesi. No i giardinetti sotto casa, peonie! Tante. Ma prima facciamo un giro per Vitorchiano, un gioiello di borgo che si arrampica su un blocco di peperino.

Naturalmente questo peperino mai sentito, anzi, mi fa anche un po’ ridere, ma per darmi un tono ho annuito quando ne parlavano e poi l’ho cercato su Google. È una roccia magmatica, mica spiccioli.

Finita la nostra prima visita, continuiamo per il Casale della Mentuccia, un’ex casa colonica che oggi ospita eventi diversi. Noi veniamo ricevuti dalla famiglia al gran completo per il pranzo. I proprietari, infatti, sono una coppia, con i loro figli e i figli dei figli. Ora immaginate un casale immerso nel verde, dove alberi secolari vi daranno riparo dal sole. Immaginate una grande e calorosa famiglia che ha preparato una tavola imbandita con prodotti locali. Ecco. Ora immaginate me implorare di essere adottata. Sarà stato anche il vino, ma soprattutto la bellezza del posto.

Ma anche il vino, infatti la passeggiata successiva la ricordo a malapena. Credo di essermi trascinata per Viterbo finché qualche anima pia non ha pensato bene di rientrare.

La serata si conclude con altri interventi per il festival Medioera e una cena al Decò Bistrot, un locale molto suggestivo all’interno delle mura medioevali.


  
  

GIORNO TRE – È il turno di Tarquinia, un altro paese in provincia di Viterbo dove ammirare la necropoli etrusca e altre testimonianze di quel periodo.

Il mio consiglio per il pranzo: Bacco Perbacco, piccolo locale dove il servizio è cortese e si mangia bene.

Anche questa giornata sta volgendo al termine, c’è il tempo di visitare la Riserva Naturale Statale Salina di Tarquinia ed è ora di salutarci.

Come ogni volta che un weekend si rivela anche emotivamente impegnativo, io rimango con una sensazione agrodolce nel cuore. Come quando ordini i gamberetti dal cinese, solo che quelli ti rimangono sullo stomaco. Però sono buoni e io non smetterò mai di ordinarli.

Ringrazio, quindi, i miei compagni di viaggio. Quelli vecchi, che non deludono mai. Quelli nuovi, nella veste di due donne venute dal freddo Friuli, donne di una vivacità intellettuale e una prontezza di spirito come poche volte ho visto.

Ora basta, però, che ho il ciclo e non ho paura a usarlo.

   
    
    

    

La vecchia signora (fuochino)

Fino alla comparsa di Instagram, c’erano regioni e città di Italia never covered, incastonate in qualche anfratto del cervello, destinato a conservare quei vaghi ricordi di geografia attraverso parole chiave come “settore terziario”.
Che poi io, ‘sto settore terziario, non sapevo mica che cosa volesse dire, ma mi piaceva come suonava, insieme a “transumanza” e “pittura rupestre”. Come abbia fatto a uscire dal tunnel del sistema scolastico, è ancora oggetto di studio da parte della Columbia University.

Tornando a bomba, Torino, per me, è sempre stata la città degli Agnelli, della banca Intesa San Paolo, delle trasferte che mia madre doveva fare quando lavorava e dei gianduiotti. Motivo per andare lì, nessuno. Non me ne vogliano gli amici sabaudi, ma non c’è stata mai occasione di venirvi a trovare.
Poi è arrivata l’era del marketing territoriale spinto, della riqualificazione del territorio e, non solo si è venuto a sapere che avevano costruito il Molise ma non la Salerno-Reggio Calabria, ma che il mondo era la nostra ostrica e l’essenziale è invisibile agli occhi. Scherzo, non ho ancora perso il filo del discorso.

GIORNO UNO – Partiamo per Torino in occasione dell’empty Valentino. La formula “empty museum” è un’iniziativa creata da Dave Krugman e sta a indicare l’opportunità di visitare un luogo (un museo solitamente), senza la normale ressa dei visitatori abituali. Suona figo e lo è, soprattutto quando tu fai parte degli invitati, alla faccia del docente di Critica Letteraria che ti cacciò dall’aula quando tu avevi già consegnato la domanda di tesi. Ma questa è un’altra storia.

L’impatto con la città è subito intenso; per andare all’hotel che ci avrebbe ospitato, passiamo per una via molto colorita: spacciatori, prostitute e psicolabili vari, che avremmo poi ritrovato frequentemente nel nostro weekend torinese. Messa così, sembra che io stia parlando del Bronx. La verità è che, a mio avviso, Torino è una città fortemente cosmopolita, viva e molto attiva. Si incontrano i punkabbestia con i cani e le signore ingioiellate, che nascondono il ritocchino dietro occhialoni griffati. Il vero meltin pot.
Lasciamo la zona della stazione e arriviamo nei pressi del Parco del Valentino, dove le vie sono alberate e gli studenti si raccolgono davanti alle scuole. Ad attenderci il Duparc Contemporary Suites la struttura che ci avrebbe cortesemente ospitato per tutta la durata del nostro soggiorno. Ce l’avete presente Julia Roberts che entra per la prima volta nell’hotel? Ecco, uguale, ma senza Richard Gere. Purtroppo. Appena entrata nella mia suite (ce sentite da ‘sta recchia? Suite), avrei voluto tirare brioche dalle finestre indossando solo due gocce di Chanel n.5, ma siccome rimango sempre umile, mi sono limitata a fare pipì in una stanza, lavandomi le mani in un’altra. Perché noi ricchi abbiamo una sala delle funzioni corporee e una per per le abluzioni.
Va subito detto che Torino è una città molto regolare, molto simmetrica, vicoli ordinati si dipanano da piazze squadrate, portando in altri vicoli ordinati. Allo stesso tempo propone stili architettonici diversi, senza mai essere chiassosa. È elegante come l’orologio sul polsino di Gianni Agnelli, sobria anche nei richiami liberty e barocchi. Camminiamo per Via Roma, Piazza Carlo Alberto, entriamo nella galleria San Federico e proseguiamo per Piazza Castello. È poi la volta della Mole, gigantesca, imponente e ancora a piedi fino al Po, per vedere la Gran Madre illuminata al tramonto. Tempo di un aperitivo e si ritorna all’albergo, dove ci concediamo un bagno caldo prima di andare a cena. Mi sento sempre più Julia mentre riempio la vasca e sposto le tende per godere della città illuminata, invece credo di essere un incrocio tra un porno anni ’90 e una povera orfanella sporca di carbone. Concludiamo la cena al Petit Baladin, una birreria dove gli hamburger pesano quanto un bulldog francese.
   
    
   
GIORNO DUE – Il motivo principale per cui siamo qui, come già preannunciato, è l’opportunità di visitare il Castello del Valentino senza l’orda dei visitatori. Ad attenderci due ricercatrici molto preparate, che in un’ora ci fanno rivivere i fasti dell’epoca sabauda, attraverso un giro per le sale che costituiscono il palazzo. Non mi metterò qui a illustrare argomenti non di mia competenza, mi limiterò a dire che io mi ci vedo, giovane sposa di uno che si chiama Amedeo Filiberto Carlo Vittorio Emanuele di Savoia Incoroneta, a girare per il castello indossando un vestito più pesante di me, mentre urlo: “No Manu, questa è la sala delle rose, qui non si litiga, passiamo bensì alla sala delle torture”. 

Finita la visita, ci concediamo una passeggiata nell’omonimo parco, un Central Park de’ noantri, dove gli scoiattoli si arrampicano sugli alberi e lo sport nazionale è la canoa. Sì perché Torino, nonostante una scena underground molto fervida, mantiene l’aplomb di una dama di altri tempi e lo dimostra nella sua architettura, in uno stile di vita “aggraziato”.
Continuiamo il nostro tour attraverso il Borgo Medievale, una sorta di museo a cielo aperto pensato per far scoprire la vita quotidiana in quel periodo, la Galleria Subalpina e Palazzo Madama. Poi è la volta della Chiesa di San Lorenzo, anche detta Real Chiesa, che io, da vera bionda, ho letto “rial” come Slim Shady. Ora, se non sapete di cosa sto parlando, meglio così, questo discorso non è mai avvenuto e il post si autodistruggerà tra 30 secondi. In caso contrario – beh – chiunque avrebbe potuto fraintendere. 
Proseguiamo per le vie che compongono il Quadrilatero Romano (le antiche mura romane che proteggevano il centro), per poi salire fino al Monte dei Cappuccini per godere del tramonto. Ora, quando vi diranno “Dai, saliamo sul Monte”, voi ricordatevi che si chiama monte, non pianura facilmente raggiungibile dei Cappuccini. I Torinesi, infatti, ci arrivano in macchina. Ma una volta su, la vista dell’intera città è impagabile, come il pensiero che basterà chiudersi a bomba per tornare giù a valle.
Concludiamo la serata mangiando sushi in un ristorante all you can eat, finché l’apparizione dei primi santi non ci avverte che è ora di tornare in albergo.
   
    
   

GIORNO TRE – Ultimi giri prima di prendere nuovamente la strada di casa. L’esperienza torinese si è rivelata al di sopra di ogni aspettativa: la città ricorda in un certo modo Parigi – nell’eleganza ma anche nel meltin pot – e le persone che ci hanno accolto si sono dimostrate padroni di casa eccellenti e partner in crime senza eguali. Il tutto condito dall’ospitalità del Duparc Contemporary Suites, che ha permesso un weekend da favola.

And finalmente l’Oscar goes to…

Questa 88esima edizione degli Oscar verrà ricordata come quella in cui diedero un premio a Leonardo Di Caprio per paura che si imbottisse di tritolo all’interno dell’Academy e uno a Ennio Morricone, per paura che morisse di attesa. La ricorderemo, quindi, come l’edizione delle volpi. Ma chi sono io per giudicare e dire, per esempio, che ci mancava poco che Leo bivaccasse di fronte al Dolby Theatre di Los Angeles, minacciando di darsi fuoco se non gli davano ‘sta benedetta statuina? E che, sempre per dire, Eddie Redmayne avrebbe meritato almeno un AVN Awards per le sue evidenti doti artistiche e che Inarritu ha rotto i coglioni con quasi tutti i suoi film?

Io sono bionda e di cinema mi interessa solo lo sfarzo dei vestiti, la pertinenza delle acconciature e la scelta dei gioielli, tutto il resto lo cerco su Google.

Fatta questa doverosa premessa, ecco una breve ma intensa lista dei “Ma per carità il Signore” e dei “Perché non sono te” dello stile. La preferenza è stata data a quei vestiti che hanno colpito, nel bene e nel male, la mia attenzione. Alcuni sono rimasti volutamente fuori da questa rosa, perché ho un disturbo della memoria a breve termine e continuo a distrarmi con video scemi su YouTube.

 

VINCITORI (almeno nel gusto)

 

– Cate Blanchette in Armani Prive. Io la amo, non mi importerebbe se fosse vestita come un monaco tibetano, figuriamoci in un abito portato direttamente dalla Terra di Mezzo, che sembra fatto della stessa sostanza di cui sono fatti gli elfi. Cioè biondi, fighi e con i capelli liscissimi. Il verde acqua sbatterebbe chiunque se avesse un colorito di una tonalità un pelino sotto a quella di Carlo Conti, ma lei è Galadriel, non ha tempo, non ha età, non ha colorito, non ha nei, non ha vene, è direttamente scolpita in qualche pietra magica di Lorien.

– Rachel McAdams in August Getty Atelier. D’accordo, sembra uno di quei vestitini con cui ti accoglie la padrona del ristorante cinese sotto casa, ma poi si gira ed è subito 9 Settimane e ½. Mai vista tanta pelle nuda che non si possa ricondurre ad alcuna categoria di You Porn. E poi less is more è sempre la parola d’ordine.

– Olivia Wilde in Valentino. È ancora Los Angeles o siamo sull’Olimpo? Bella in modo imbarazzante.

– Tina Fey in Atelier Versace. Ovvero come una donna intelligente, spaventosamente brillante ma di base bruttarella, può calcare le scene con un vestito viola senza spalline e una collana di zaffiri che potrebbe illuminare il Kazakistan, senza sembrare una pazza squinternata vestita dall’Esercito della Salvezza.

– Charlize Theron in Dior. L’algida vikinga sceglie il colore red passion Campari, con una scollatura profonda come la più famosa gola e un ciondolo ammiccante ai limiti della Buoncostume. Tanta.

VINTI (o coloro che hanno litigato con lo stilista)

– Alicia Vikander in Louis Vuitton. No, piccola zingarella accolta nella hall of fame, non ce l’ho con te perché stai con Michael Fassbender. No, piccola fiammiferaia con il vestito buono, non ce l’ho con te perché hai visto Eddie Redmayne nudo. No, piccola barbona di Siviglia, non ce l’ho con te perché hai vinto un Oscar, ma perché ti sei presentata con quel mollettone fiorato che io portavo nell’89.

– Jennifer Jason Leigh in Marchesa. Va bene essere un’attrice di un certo spessore, ma vogliamo provare a non entrare più da Carabetta in occasione degli Oscar? Sembra un’invitata a uno dei qualsiasi matrimoni celebrati nella villa di Don Antonio.

– Whoopi Goldberg in Dames. In realtà è Mike Tyson da quando ha smesso di combattere, ha pure i suoi tatuaggi brutti da galeotto e si porta dietro il tirapugni. Pachidermica. 

– Reese Witherspoon in Oscar De La Renta. Ce l’avete presente come un vestito simile fascia Tina Fey? Ecco, è come se io volessi entrare negli abiti di Kate Moss.

– Kate Winslet in Ralph Lauren Collection. Lei è come una sorella, sono ingrassata e dimagrita con lei, ma il vestito catarifrangente che la fa assomigliare a Blob, il fluido che uccide, no, non lo accetto.

– Heidi Klum in Marchesa. Praticamente con la vestaglia di Dolly Parton. Vaporosa.

Qui si chiude il mio piccolo contributo a una serata tanto criticata, ma a cui sono particolarmente affezionata. Intanto perché si celebra un sogno e si partecipa a un rituale di bellezza; mi sono commossa allo sguardo di Kate Winslet rivolto a Leonardo Di Caprio e alla dedica di Ennio Morricone per la moglie. Ho sorriso alle prese in giro di Chris Rock sui film in gara. Ma soprattutto mi ha ricordato cosa il cinema ha significato, significa e spero significherà nella mia vita.

Dedico questo pezzo alla mia migliore amica, Barbara Tutino Parker, che condivide con me le praterie, emotive prima di tutto. Dal 1990.
   
 

Fevrèr cört e maledèt: metà dóls e metà amarèt

Diceva Haracourt: “Partire è un po’ morire rispetto a ciò che si ama, poiché lasciamo un po’ di noi stessi in ogni luogo a ogni istante”.

Partendo dal presupposto che ogni volta che qualcuno usa una citazione, in un universo parallelo Whitman muore di nuovo, diamo a Edmond ciò che è di Edmond.

Partire è un po’ morire e tornare a casa al solito tran tran è un po’ il colpo di grazia, soprattutto quando entri dentro casa, ci sono panni stesi arrivati al terzo grado di stagionatura e l’eco delle voci ascoltate riecheggia come il canto delle sirene.

Così, per distrarmi un po’, scrivo del mio weekend a Bergamo, in occasione della mostra di Giovan Battista Moroni, Io Sono Il Sarto, tenutasi all’interno dell’Accademia Carrara.

Apriamo subito subito una parentesi, che poi scorderò di chiudere, la corrente gira e io pago.

Giovan Battista Moroni era un ritrattista bergamasco nato nella prima metà del ‘500, la cui opera più famosa – Il Sarto – è stata per la prima volta riportata in Italia, da quel lontano 1862 quando la National Gallery di Londra la comprò.

Punto di onore per un’Italia altrimenti superficiale perbenista e troppo spesso mediocre, l’Accademia Carrara è riuscita a organizzare una mostra/evento, avvicinando l’arte alla cultura pop, intesa anche come cultura digitale.

E qui entro in gioco (anche) io. Come utilizzatrice ossessivo-compulsiva dell’applicazione Instagram, sono stata invitata a Bergamo, insieme ad altri “colleghi”, per vedere dal vivo le opere del pittore bergamasco. Aggiungo: alla faccia  della professoressa di latino e greco che pensava il mio unico destino fosse quello di Brooke Logan. Daje sempre forte Flavia.

GIORNO UNO – MILANO. Io e la mia amica partiamo un giorno prima per Milano, per salutare alcuni amici approfittando della loro presenza in città. 

Parentesi, ora quadra. Quando si usa Instagram a un livello tale per cui perdi gli amici di una vita e diottrie davanti allo schermo, si finisce per conoscere persone a cui ci si affeziona nello stesso modo in cui io vorrò sempre bene a Dawson e tutta la sua cricca. Con il vantaggio di poterle abbracciare sul serio, basta stare incollati al computer in attesa delle offerte di Italo, far entrare in una bustina per i surgelati due paia di scarpe e un numero indefinito di maglioni e poi farsi mille mila km.

Ed eccoci a Milano. Milano la grigia, sì, Milano con i commessi nei locali della stessa simpatia di Goebbels, vero. Però anche la Milano di amici che ti aspettano alla fermata della metro, ti aspettano mentre saccheggi una farmacia a causa di una broncopolmonite, ti aspettano per assaltare il buffet durante l’aperitivo. Quegli amici per cui, forse, partire e’ davvero un po’ come morire, quando li saluti e a ognuno lasci un pezzo di anima. Che poi st’anima, altro che 21 grammi, deve pesare quanto Adinolfi per essere donata ogni volta a qualcuno senza morirne.

E soprattutto la Milano da bere. Perché gli amici li riconosci dalla tenacia del loro fegato e dal fatto che il giorno dopo ti parlano ancora.

   
 GIORNO DUE – BERGAMO. Visto che le disgrazie non vengono mai sole, lasciamo una piovosa Milano per un’altrettanto piovosa Bergamo. La mia voce, ormai, potrebbe essere usata per doppiare il compianto Califano e ho colpi di tosse che imbarazzerebbero Sasha Grey. I nostri ospiti, però, non sembrano accorgersene e anzi, con una premura che non ti aspetteresti quaggiù al nord, si prodigano per rendere il nostro un soggiorno indimenticabile.

Veniamo accompagnate al bed and breakfast Home Sweet Home, che definire incantevole non gli renderebbe giustizia.  Il b&b è composto da appartamenti indipendenti con le travi in legno e le pareti in pietra, una cucina attrezzatissima e piccole accortezze da farti passare la voglia di uscire: dalle caramelle sul cuscino agli ombrelli a disposizione degli ospiti.

Invece, incuranti del pericolo, io e la mia compagna di viaggio ci avventuriamo sotto l’acqua alla scoperta di Bergamo. In nostro soccorso viene una ragazza del posto, che, non solo ci fa da cicerone per la città, ma viene a prenderci in macchina per portarci nella Città Alta. Già il nome è tutto un programma, immagino scenari alla Game of Thrones, draghi che sputano fuoco sulla parte bassa (città, non gioielli di famiglia), lotte intestine, i Lannister, i ghibellini e tutto il cucuzzaro.

In effetti l’architettura e la pianta urbanistica non deludono le aspettative. Un luogo su tutti: la Chiesa di Santa Maria Maggiore in Piazza Duomo, un trionfo barocco di intarsi e affreschi, dove è sepolto Donizetti.

La nostra accompagnatrice ci porta a mangiare al Caffè della Funicolare, locale molto suggestivo a cui si accede passando davanti alla funicolare, appunto, e dalle cui vetrate di può godere di una vista mozzafiato. Birra, polenta e l’omo campa come si dice a Canazei.

La luce del giorno ci ha lasciate già da un po’, io e la mia amica facciamo merenda in un pub a suon di torta e rugby, l’accoppiata di noi donne dure. Finiamo la serata, infreddolite e in pigiama, a mangiare cibo cinese nel nostro appartamento.

   
    
   
GIORNO TRE – BERGAMO. È la mattina del grande giorno. Arriviamo all’Accademia Carrara, dove ci accolgono Antonio Cadei, titolare del network IgSpecialist, e Gianpietro Bonaldi, amministratore della Cobe, società che si è occupata della riapertura del museo. Dopo un breve discorso, siamo liberi di girare per le sale. Spiccano naturalmente i ritratti di Moroni, ma l’Accademia Carrara vanta moltissime opere, tra cui quelle di Mantegna e Raffaello. Passiamo di sala in sala, accompagnati da due giovanissimi ragazzi in abiti d’epoca che si prestano a posare per noi, invece di smascellare a un after. Poi quando siete grandi vi spiego il termine smascellare.

È una giornata di arte, nel senso classico del termine, che incontra le arti digitali, la cultura che si fa popolare. I ritratti sembrano osservare curiosi e un po’ severi l’operato delle nuove leve senza pennello, ma con uno smartphone.

Finiamo il nostro incontro davanti a una bella pizza nel ristorante Vesuvio1970, perché si sa che il fuoco dell’arte va alimentato con il combustibile giusto. Nel mio caso si presenta sottoforma di gorgonzola e prosciutto crudo, che nelle ore successive quello che sento non so se è il fuoco sacro dell’arte, a me sembra più reflusso gastrico. Ma chi sono io per dire come si presenterà lo spirito santo quando arriva.

La giornata volge al termine, ancora un breve giro per la Città Alta ed è già ora di prendere un altro treno, stavolta direzione lavatrice.

Ringrazio IgSpecialistAccademia Carrara e Visit Bergamo per l’opportunità che mi è stata offerta.

E ringrazio mamma per avermi fatto bionda.

 
   

Vietato ai possessori di ghiandole di Cowper

Gennaio è il mese degli obiettivi: mi metterò a dieta, comincerò a suddividere le magliette per colore, berrò acqua e limone tutte le mattine e non vodka lemon tutte le sere.

Uomini e donne di buona volontà pagano un abbonamento in palestra solo per tediare l’istruttore con richieste da Madonna di Lourdes. Nello specifico, me (Je suis istruttrice). 

Che ho le stesse loro turbe, la loro stessa voglia di essere in forma, pronta ad andare al mare senza che allertino Greenpeace e un ruolo che me lo impedisce. Io varco le porte della palestra come Bruce Willis nella scena del discorso del presidente, urlo come il Sergente Hartman e semino il terrore nelle mie classi.

Poi vado a casa, condisco l’insalata con gli Smarties e mi metto a spulciare nei social. La verità è che si stava meglio quando si stava peggio, io andavo con le monetine ai telefoni pubblici per chiamare le amiche e non esistevano le fashion blogger.

Le fashion blogger sono degli esseri mitologici metà donne metà brand, che dettano legge nella società 4.0 ( o almeno, ho perso qualche puntata, ma mi pare che siamo arrivati alla quarta stagione della società).

Loro hanno gli armadi che vomitano vestiti, borse, gioielli e chi più ne ha più ne metta. Si vestono indifferentemente da Carabetta come da Hermes, per loro mille lire o mille dollari, che sarà mai. È come dire, pesa più un kg di ferro o un kg di fieno?

La cosa più mortificante, non è tanto quella spilla di Givenchy trovata in un mercatino in Nepal che rende una parannanza qualsiasi un outfit da tappeto rosso, ma il fatto che ricevano in regalo una quantità straordinaria di prodotti.

Le aziende si presentano come Re Magi alle loro porte con i più disparati doni e le fashion blogger li custodiscono nei loro caveau fino a un momento ben preciso, chiamato “give away”.

Mo’ io, sto giveaway mai coperto, never covered. Io sapevo il “darla via come se non fosse la tua”. Invece c’è stato un upgrade e consiste nel regalare il doppione del doppione del prodotto, facendo accapigliare le altre donne sui social. Oppure, si vende a un prezzo ridotto.

Un po’ lo stesso principio per cui io, istruttrice, mi alleno gratis in una palestra che a voi costa 800 euro all’anno. Fashion blogger, io non ce l’ho con voi, ma quando compro l’acqua profumata della Perlier perché non ho i soldi, questo secolo, per Elie Saab, ebbene – amiche ben vestite – me fate rode er chiccherone.

Ma soprattutto, amiche fotogeniche, siete belle come un quadro, ma con la stessa distanza emotiva. Io, se non mi avvertono giorni prima e non si chiamano Helmut Newton, assomiglio sì a un quadro, ma di Picasso.

Ed è per tutti questi motivi che voglio consigliare quei quattro prodotti in croce che uso e che hanno diminuito la voglia di sputarmi allo specchio.

L’oggetto del desiderio, quello che metto sempre, pure quando vado a dormire, è il mascara. Il mascara è lo strumento del diavolo che rende guardabile pure un cesso a pedali. Il flap flap donato da questo cosmetico non ha pari, perché è con gli occhi che direte “sì ci sto” prima ancora di slacciarvi il reggiseno.

Io, nei miei 35 anni da donna (non che prima fossi un uomo, ma secondo me ci siamo capiti), ho provato tutto. Prodotti da banco, marchi da 50 euro a scovolino; il mio consiglio è: provate. Ma soprattutto, armatevi di piegaciglia. Il piegaciglia è lo strumento del diavolo che farà dire a un uomo “sì ci sto”, prima ancora che vi slacciate il reggiseno.

Negli ultimi mesi ho provato due diverse case cosmetiche: Urban Decay e Make Up For Ever.

Sarò onesta; il secondo prodotto sta facendo il suo sporco lavoro egregiamente. Tiene le ciglia separate, le allunga, fa tutte quelle cose per cui neanche il reggiseno vi dovrete mettere. Però ha una consistenza un po’ dura, non scivola sulle ciglia come burro nella padella, e soprattutto non ha il packaging del primo.

Make Up For Ever mantiene un design molto minimal, a mio avviso pensato per i professionisti del settore a cui, immagino, importa poco della forma.

Ma che so’ make up artist io? Io sono bionda e sciocca come una gazza ladra, lastricate le mie strade di glitter e sarò contenta. Urban Decay è un brand che si presenta più graffiante, più erotico, un po’ Grace Jones un po’ Siouxsie ( tante volte non la conosceste, rimediamo a questo stupido errore qui). Ha un design rock e da donna in carriera al tempo stesso. E poi i nomi…

Il mascara si chiama Perversion, non so se mi spiego. Provate a mettere un prodotto che si chiama “prodotto” e uno che si chiama “Frustami”, va da sé che il secondo vi renderà, su una scala che va da Rosy Bindi a Belen, un pelino più vicino alla bellezza argentina. 

Perché io mi sia fatta convincere a comprare un mascara con una banalissima confezione nera, only God knows. Tra l’altro hanno più o meno lo stesso prezzo, ma ormai è andata.

Qualche tempo dopo, ho dovuto dire addio al mio blush di Dior, se non altro perché stavamo festeggiando le nozze d’argento e mi dicono dalla regia che il fard non va in barrique.

In uno di quei (non troppo) rari momenti di “la vita è troppo breve per farsi trovare dalla morte con un prodotto economico”, sono tornata da Sephora per comprare un nuovo blush. Quando una donna con il bancomat incontra una commessa con il pennello, la donna con il bancomat è in rosso.

Con una certa sicumera le chiedo di mostrarmi dei blush che rientrassero in una fascia non troppo elevata. Molto bene l’uso del termine inglese al posto di quello francese che pure pora nonna conosceva. Molto male ammissione di lavoro normale che non mi permette di buttarmi su cosmetici da 200 euro.

La commessa mi sorride comprensiva e mi mostra un prodotto Urban Decay e uno Sephora, il primo 30 euro, il secondo 10. Mi spennella le guance mentre io simulo la paresi di un sorriso e poi mi dice: “In realtà sono molto simili come colorazione e texture”. Io mi sto quasi lasciando convincere dallo spendere dieci euro, conservandone venti per la benzina, quando l’occhio mi cade sul nome del fard: Fetish.

È in momenti come questi che si riconosce il coraggio di una donna, quando sceglie di farsi il cammino di Santiago, ma almeno può stringere tra le mani una scatoletta che evoca le mille e una notte.

Con questo, care amiche, chiudiamo la parentesi “Bellezza e Nobiltà”, arrivedergliela alle prossime puntate.

P.S. A nessuna fashion blogger è stato fatto del male durante la stesura di questo post. Anzi, alcune sono diventate care amiche. Di penna, perché a uscirci insieme mi vergogno: Flaviana Boni (se volete incontrare la Morticia Addams del red carpet), Laura Manfredi (tante volte aveste paura di cosa succederà dopo il parto. Se divento come Laura, partorisco una squadra di calcio), Claudia Sirchia (non solo fashion).