Puglia: lu sule lu mare e i pasticciotti. La conclusione 

Sapete quando si dice “se potessi tornare indietro con la testa di adesso”? Ecco. Se potessi tornare indietro, costringerei mia madre a tenermi a stecchetto, per poi portarmi a Trigoria tutti i giorni, altro che le vacanze in Austria a raccogliere pigne per l’albero di Natale. A quest’ora sarei la ricca moglie di un calciatore, con tanto tempo a disposizione e il bisogno di dimostrare che so anche coniugare i verbi. Le pigne le avrei comprate da Cartier e avrei avuto modo di scrivere le mie memorie, un po’ Silvio Pellico, un po’ Yourcenar.

Invece a un mese dal rientro in terra romana, mi trovo ancora a dover concludere il mio racconto sull’esperienza nel Salento. Se riesco entro dicembre, magari avrete un’idea di dove andare in vacanza.

GIORNO QUATTRO – Il risveglio è dei più dolci. Ad attenderci una colazione che ha del mitologico, a raccontarla non ci crederebbe nessuno. Purtroppo il mio girovita ha una fede incrollabile e, quando si tratta di infilare i jeans, mi ricorda che lui, la colazione, non l’ha dimenticata. Il programma della mattinata, infatti, prevede uno shooting fotografico con i vestiti gentilmente offerti da Meltin’ Pot, il famoso brand salentino di abbigliamento. Il problema è che i modelli siamo noi, ma che dico, il problema è che uno dei modelli sono io. Mi sdraio sul letto cercando di far entrare le mie gambe nei pantaloni, con la stessa facilità con cui Rocco Siffredi indossa un preservativo taglia XS. Chiudo la zip e prego che regga fino al prossimo albergo, stoica come un monaco con il cilicio.

Visitiamo il borgo di Specchia, un borgo medioevale in cui perdersi tra i vicoli bianchi e le persiane socchiuse. Il paese prende il nome dalle specchie, cumuli di pietra a forma conica che venivano utilizzate come punti di avvistamento o di difesa.

Dopo pranzo, ci dirigiamo alla volta di Castro Marina, una frazione dell’omonimo paese, affacciata sul mare. L’idea è quella di fare un giro, ma la pioggia ci coglie all’improvviso e ci costringe a rifugiarci a La Roccia, l’hotel che più tardi ci avrebbe ospitato per l’aperitivo. Dove per costringe intendo che abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando le prime gocce hanno cominciato a scendere. Camminare per ore, conoscere posti nuovi e le tradizioni locali ha il suo fascino, ma anche potersi fermare su comodi divani mentre davanti a te si stende il mare a perdita d’occhio lo ha. Beviamo e mangiamo ancora, ormai contro qualsiasi legge fisica che ci vorrebbe morti due giorni fa.

Nel frattempo il buio sta sostituendo il giorno ed è ora di prendere possesso di quello che sarà il nostro albergo per la restante vacanza.

Come fare a descrivere l’Iberotel, usando meno parole possibili? È un resort anti stress, un villaggio a sedici stelle e un pianeta dove abbiamo passato giornate perfette, rese ancora più belle dalla formula all-inclusive. Il fegato ringrazia.




GIORNO CINQUE – È la volta di Gallipoli, conosciuta anche come Perla dello Ionio. Chissà poi perché: saranno i vicoli in cui perdersi, l’acqua cristallina su cui si riflette il sole, le barche colorate ormeggiate al porto, i locali affacciati sul mare, il mercato del pesce dove è possibile mangiare i prodotti appena pescati? Gallipoli è “tanta”, così varie le cose da vedere, che all’ora di pranzo siamo già sfiancati e approfittiamo dell’ospitalità dell’Ecoresort Le Sirene’ per il primo bagno di stagione.

La serata si conclude al Lido Marinelli, dove assistiamo al tramonto più spettacolare da quando siamo arrivati e che diventerà simbolo del forte affetto che ci ha unito durante questa vacanza.

  
  GIORNO SEI – Che ci crediate o no, anche un tour ha bisogno di un giorno off in cui girare con le infradito dalla colazione alla cena. Spendiamo il venerdì sfruttando tutto ciò che l’Iberotel offre. C’è chi prova il kitesurf, chi non rinuncia alla linea facendo spinning, poi ci sono io che cerco di tenere insieme le calorie accumulate, ché sarebbe un peccato perderle per strada. La giornata passa tra uno spritz e un bagno turco per eliminarlo. Ci sono stati già i primi arrivederci e qualche occhio lucido, man mano che va avanti la serata si fa più evidente la consapevolezza che ci stiamo per lasciare. Ci godiamo la notte come se dovessimo restare per sempre qui, come se nessuno ci aspettasse a casa, non il commercialista, non l’amministratore né la revisione alla macchina.


 GIORNO SETTE – È il giorno in cui finisce tutto e si torna a casa. Ognuno di noi ha l’aereo o il treno in orari diversi, così l’addio diventa uno stillicidio. Sai che alcuni di loro li rivedrai, alcuni probabilmente no, con tutti hai condiviso giorni e notti e questo è il regalo più prezioso che mi porto dietro. Piango mentre abbraccio i miei compagni, piango mentre sono all’aeroporto, piango ancora i giorni successivi. Poi la vita quotidiana torna a scorrere placidamente e mentre scrivo il timer della lavatrice mi avverte che è ora di normalità.

CONCLUSIONI – Un viaggio del genere porta con sé un grande potenziale. Intanto nella capacità di sfruttare un nuovo canale digitale per far conoscere la propria terra in tutto il mondo. Ho conosciuto persone splendide, che credono nel loro territorio e lo vogliono raccontare a livello emotivo. Attraverso un hashtag (#salentoupndown) abbiamo mostrato la Puglia così come lei si svelava a noi: alcuni da profani, altri da indigeni, altri ancora guardandola con gli occhi di una cultura diversa. Abbiamo provato a far vivere le emozioni del momento, così come noi le stavamo sperimentando.

Scopri che a 35 anni ti puoi ancora mettere in gioco, mostrarti senza paura davanti a chi reputi sconosciuto. Scopri che il “diverso” non è poi così diverso, semmai ti arricchisce con il suo bagaglio di esperienze e ha il tuo stesso sorriso di fronte a un piatto di pasta. Scopri che si può ancora fare amicizia con la stessa disinvoltura di quando eravamo piccoli, basta una canzone, una sigaretta offerta, una battuta involontaria.

Per tutto questo e per molto altro che voglio che sia solo mio, grazie Salento.

 

 

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Puglia: lu sule lu mare e i pasticciotti

Ci sono giorni, non “quei” giorni, ma giorni comuni per entrambi i sessi, in cui si avverte il bisogno di un colpo di scena, un brivido caldo che dia una svolta alla routine quotidiana.
Ecco perché ho deciso di raccontare la settimana che mi aspetta quasi in diretta. Lo capisco, sono emozioni forti, ma insieme supereremo anche questa.
L’occasione, stavolta, si presenta sotto forma di un evento organizzato in Puglia, con la partecipazione di ospiti nazionali e internazionali, allo scopo di promuovere il territorio attraverso gli occhi “estranei” di bloggers e Instagramers. 
Ora qui faremo tutti finta di capire cosa sto dicendo, ché poi un giorno lo spiego con parole che possa capire anche io. Nel frattempo facciamo un atto di fede e prendiamo per buona la presenza, a questo mondo, di esseri mitologici che vengono invitati per raccontare qualcosa, che sia territorio, paio di scarpe o esperienza mistica.

Il Salento Up ‘n’ Down è un viaggio su e giù per la Puglia, appunto, con l’obiettivo di far scoprire luoghi noti e meno noti.
Nel momento in cui scrivo, non ho ancora incontrato i miei compagni di avventura, ma conosco i loro nomi e già c’ho la sudarella da prestazione. Mi ricordo un episodio avvenuto qualche mese dopo aver iniziato l’università; io e i miei ex compagni di liceo decidiamo di andare a trovare i vecchi professori. Già qui potremmo apparecchiare tavole rotonde sul perché ci si presta a questa barbarie. Ma chi le vole vede’ ste quattro cariatidi, io fuoco al liceo volevo dare. 

Fatto sta che incontriamo, tra gli altri, la professoressa di latino e greco, che davanti alla sua classe, rivolgendosi a me, chiese:

– Iannone, e tu che fai? –

– Scienze della Comunicazione –

– Vedete? Se c’è arrivata Iannone all’università, ce la potete fare anche voi –

Sempre in gamba eh Professore’. Magari al Verano, ma sempre in gamba. (Il Verano è uno dei cimiteri di Roma. N.d.A. per chi chiama da fuori Raccordo).
Cosa mi è rimasto di quell’epoca: niente, ho studiato e poi dimenticato tutto, che poi io ‘sto greco non l’ho più usato, quindi fate fare un corso di unghie finte ai vostri figli, altro che classico. In più porto gli strascichi della sindrome di Cenerentola, cioè sentirmi una sguattera alla festa di corte.
Un attimo che riprendo il filo del discorso. Quando sono stata invitata per questo evento, la prima reazione è stata di stupore: mi merito di partire? Sono in grado di stare tra gente forte, stimolante, con lavori fighi? La seconda reazione uguale. Un generale senso di inadeguatezza, alimentato anche da voci maligne sul mio conto. Sì, parlo con voi, progenie crudele della professoressa di latino e greco, nipoti brutti un colpo della dinastia di Sofocle. Io parto perché io valgo. Ma soprattutto sono bionda e bevo come un fabbro, sono disponibile per matrimoni, comunioni, feste di laurea e circoncisioni.
PRE PARTENZA – Il giorno prima di partire, ho trovato il tempo di fare una toccata e fuga in quel di Milano con la scusa di un invito all’atelier Nespresso, uno spazio industriale recuperato e pensato come un luogo di dialogo e di confronto creativo sul tema del caffè.

Qui avremmo incontrato tre chef stellati, che ci avrebbero deliziati con un brunch a base dei loro pezzi cult, strizzando anche l’occhio al protagonista del luogo: il caffè.

Non sono se sono stata spiegata, chef stellati, atelier, spazio Marras. La Milano da bere nel suo pieno splendore.

Io e la mia amica arriviamo tipo sbarco in Normandia, sudate alla faccia del “c’avete solo la nebbia” e anche un po’ trafelate. Io sono un incrocio tra Gianfranco Funari e i Blues Brothers mentre stringo la mano all’amministratore delegato di Nespresso Italia. Sono in total black H&M e scarpe maculate fosforescenti Vans, l’atelier è gremito di donne bidimensionali e uomini in giacca e cravatta. Per un momento penso di afferrare un vassoio e mettermi a servire ai tavoli, invece veniamo fatte accomodare dalla Gestapo delle hostess al nostro posto.

Assistiamo a un workshop sulla lavorazione del caffè, assaggiamo due caffè diversi, veniamo accompagnati attraverso un’esperienza multi sensoriale alla scoperta delle rispettive differenze. Ci chiedono di guardare la schiuma, di scansarla con il cucchiaino, di riconoscere il profumo agrumato del bergamotto e quello intenso del cioccolato. Io sono sveglia dalle cinque di mattina e voglio solo iniettarmi quel caffè direttamente in vena.

Prima del brunch ci viene offerto un aperitivo nello spazio esterno a base di champagne Ruinart e cialde di mais con guacamole e parmigiano. O almeno credo, ho ficcato in bocca l’intera cialda.

Nel frattempo diamo un’occhiata all’atelier di Marras, dove l’eleganza è quasi sfacciata e io quasi spudorata a presentarmi vestita come l’assistente di Meryl Streep in Il Diavolo Veste Prada.

E fu il brunch. Credo si sia ormai capito che per me il cibo è amore. Io non mangio, io mi innamoro ogni volta. È un trasporto fisico per quello che ho davanti, sia cibo di strada o alta cucina.

Bisogna dire che un piatto stellato rappresenta un’esperienza extra corporea. Al primo assaggio non capisci niente, ti esplodono in bocca sapori che non riesci a collegare. Al secondo cominci a distinguere qualcosa di conosciuto, ma anche qualcosa di inusuale. Poi vuoi morire lì, se c’è un dio mi deve far schiattare ora, mentre il tartufo e la crema di caffè ancora sono sulle mie papille gustative e una tizia grossa come il mio indice mi versa da bere il nettare degli dei.

Tutto è talmente perfetto che rifiuto  il mio nome e rinnego mio padre.

Voto alla giornata: 110 e lode, bacio accademico e una calorosa pacca sulle spalle.

   
    
 
GIORNO UNO – In una settimana ho preso due aerei e un treno, cinque kg, i miei capelli sono un’installazione di lacca e il mio migliore amico è il correttore. Ma sono ufficialmente in Salento. Arrivo all’aeroporto e mi rendo immediatamente conto che sarà un’esperienza enorme: ci sono i cameraman.

Ora, io non mi ritengo una brutta ragazza, ho visto gente messa peggio e comunque nessun fidanzato si è mai lamentato. Il problema è che l’obiettivo non mi ama. Foto, video, diapositive, cartoline, qualsiasi superficie con impressa la mia immagine andrebbe bruciata. Come scoprirò di lì a poco, invece, le mie compagne di viaggio hanno la fotogenia di Nicole Kidman. Sarà una lunga settimana.
Arriviamo a Lecce, dove saremo ospiti dell’Hotel President. L’orario è quello del pranzo e ne approfittiamo per conoscere meglio le persone con cui condivideremo questa esperienza. Considerate che siamo una ventina di persone, metà italiani metà da altre parti del mondo (compreso il Giappone). L’atmosfera è da gita delle medie, la lingua più parlata, l’alcol.
Dopo pranzo abbiamo il tempo per una meritata siesta ed è già ora di uscire nuovamente, ma stavolta per un aperitivo sulla terrazza del Risorgimento Resort. Come posso spiegare cosa si prova a bere un bicchiere di vino mentre il tramonto infiamma i tetti di Lecce? Mi invidio da sola.