Con il sudore del tuo volto mangerai la piadina

Cari amici uniti nella gioia e nel sudore, eccoci al riassunto settimanale delle precedenti puntate di “Agnese, un anno per capire un blog”.

Intanto voglio annunciare di aver ritrovato login e password di Aruba; ora mancano 50 euro e potrei ottenere un dominio tutto mio, che mi permetterebbe di urlare: “Il mio dominio per un gattino!”. Tante volte ve lo doveste chiedere, il mio compleanno è a dicembre, si accettano offerte votive.

Nel frattempo che racimolo questo gruzzolo, ho trovato il modo per: 1) stressarmi dietro un lavoro precario, 2) stressarmi dietro un amministratore il cui secondo nome è David Copperfield, 3) stressarmi per il caldo umido e schifoso. E nonostante ciò, sono riuscita a fare un weekend fuori con la scusa di un concerto a Ferrara.

Partenza il sabato mattina con comodo, giusto il tempo di rendermi conto di aver lasciato il portafoglio a casa, comunicarlo alla metà bestemmiante del cielo e tornare indietro per il recupero bottino. Primo stop, Cetona.

Cetona è un comune della provincia di Siena, dove anni fa i miei genitori comprarono una casa per trascorrere la pensione come vecchi lord inglesi. Raccontata così, la mia famiglia sembra parte della nobiltà romana, che ha fatto della Toscana il suo buen retiro. Invece i miei, che da sempre sognano il Devon e le figlie contesse di qualche “shire”, hanno trovato qui il giusto compromesso tra Casa Howard e una prole più vicina a Courtney Love che a Kate Middleton.

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Lo sport ufficiale di Cetona è il dolce far nulla, sonnecchiare tirando le tende per far filtrare solo una lama di luce, mangiare come se non ci fosse un domani, oziare sotto l’ombrellone della piscina condominiale tra la lavanda e gli alberi da frutto. Uno sporco lavoro insomma.
La mia routine toscana, di solito, prevede: alzare al massimo un sopracciglio per dire “sì”, due per dire “ma de che stamo a parla’”. Evitare tutti i conoscenti dei miei da quando sono stati nominati baronetti della Val D’Orcia ad honorem, con la spiacevole conseguenza di dover salutare tutta la loro corte che arriva fino a Montepulciano. Sto scherzando, tranne quando dico che un tragitto di venti metri con loro diventa di due km dal momento che devono scambiare convenevoli con qualsiasi creautura vivente.
Infine, la mia giornata tipo si conclude al Caffè dello Sport, uno dei due bar che si affacciano sulla piazza di Cetona. Lì metto le gambe sotto il tavolo e non mi schiodo finché riesco a tenere gli occhi aperti, nutrendomi di tartine e calici di vino bianco ghiacciato. Se dopo settordici giri di Pinot le forze mi assistono, continuo in qualche ristorante oppure torno a casa a farmi ingozzare da mamma.
In assoluto, i miei posti preferiti dove mangiare sono quelli aperti da Nilo (Qui), un tizio strampalato che mi ricorda vagamente Charlie Chaplin e che in cucina ha le mani di fata.

Il giorno dopo partiamo alla volta di Ferrara per assistere al concerto dei Jesus and Mary Chain ( nel caso doveste esservi persi qualcosa degli ultimi trent’anni di musica, qui il mio live report del concerto).

Cercherò di riassumere la città emiliana nel periodo estivo con poche parole: è umida. Ma non umida della serie non è tanto il caldo quanto l’umidità. Ferrara è un bagno turco, è costruita sul vapore, le ragazze sono tutte ricce perchè non fanno in tempo a farsi la piastra ché il sudore increspa i loro capelli.
Ho scoperto, a tal proposito, due aspetti positivi. Intanto puoi ingurgitare tutta la birra che riesci e il giorno dopo hai il fisico di Belen, visto che è un continuo spurgare come le lumache. In più puoi sudare in santa pace, forte del fatto che è uno stato comune e nessuno ti giudicherà se hai pezzetti di carta appiccicati alla fronte o hai raccolto moscerini come glitter sugli occhi.

Quindi, donne, avvicinatevi con fiducia al comune di Ferrara.

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E questo, miei gatti indemoniati, è il racconto di come, per due giorni fuori, sto brucando insalata da una settimana. Il morale della favola è che i liquidi in eccesso si chiamano tali perchè le tossine espulse, le cacci dalla porta, ma rientrano dalla finestra.

Ps. Nel caso voleste andare a sudare in quel di Ferrara, io ho alloggiato in un albergo abbastanza spartano, ma pulito, centrale e con personale alla mano (Link per informazioni) e mangiato una piada farcitissima di calorie qui. Per tutto il resto c’è Mastercard. La vostra.

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Molto comodo, molto bene

Quale modo migliore se non cominciare un lunedì di luglio, con 70° all’ombra e il 280% di umidità, con un mio blaterare del nulla? Potrebbe esser peggio (qui per esempio).

Questo weekend non ho volutamente fatto altro che mangiare, per poi lamentarmi che tutte sono più magre di me, pure la Spice Girl chiatta che poi è dimagrita.

VENERDI’ – Ho partecipato a una serata all’insegna dell'”home restaurant”. Come dice la parola stessa, si tratta di un pasto (solitamente cena) servito in un’abitazione privata con un numero limitato di partecipanti. Le motivazioni che spingono una persona a usare una formula del genere possono essere le più disparate (e disperate se siete sfigati e nessuno vi invita mai al ristorante, perchè il bello di questi eventi è che il più delle volte ci si siede con sconosciuti).
Dall’assaporare uno spaccato di vita quotidiana senza il rischio di trovarsi a pagare 80 euro in un locale turistico per un piatto di spaghetti scotti, alla scoperta che Marchesi ha aperto le porte di casa sua per poterlo guardare cucinare riso oro e zafferano.

Del perchè io abbia accettato di stare a tavola con degli sconosciuti, è uno dei misteri non svelati di Fatima. Io nell’ordine odio: il cin cin sbattendo i bicchieri; guardarsi negli occhi tenendo le palpebre su con degli stecchini se no porta male; dormire nello stesso letto con un parente, figuriamoci mangiare con degli estranei. Ma siccome il pericolo è il mio mestiere, sono andata qui. E con mia grande sorpresa ho assaggiato un cous cous alla trapanese a regola d’arte e goduto della compagnia di stravaganti quanto interessanti commensali. Uno su tutti: una ragazza romana che ha vissuto anni in Cina. A quanto pare a Pechino esiste la tradizione secondo la quale, nel caso in cui le cose in una coppia si facciano serie, lei debba stare tre giorni da sola con la madre di lui, dormendo anche nello stesso letto. Praticamente Romero che fa il remake di Quel Mostro Di SuoceraNel caso vi domandaste come è andata a finire: lei ha un figlio con un nigeriano.

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SABATO – Qualcuno che dovrebbero proclamare patrimonio Unesco per la gastronomia, è la madre del mio ragazzo. Lei non cucina, lei declama piatti. Mai come mia madre che è santa e pure gelosa, ma diciamo che sta ai fornelli come Houdini alle catene. E soprattutto è una di quelle donne come io non sarò mai. Cucina per quaranta persone senza lavastoviglie e mantenendo la frangetta immobile. Se tu le chiedi il filetto alla Wellington lei va, sconfigge di nuovo Napoleone a Waterloo mentre stende la sfoglia, convince il manzo a morire per il bene superiore e te lo presenta nel giro di un quarto d’ora. Io: non invito mai nessuno a casa perchè mi pesa caricare anche la lavastoviglie, quando sono stata drogata e convinta a farlo ho sudato le sette camice dell’Apocalisse (minuto 6.10 qui). Alla fine ci ho messo quaranta minuti per ordinare una pizza, odiando tutti i presenti.

Sabato scorso, in particolare, ha detto “venite che faccio due spaghetti col pesce”. Pareva avesse cucinato l’intero cast de La Sirenetta. 

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DOMENICA – Finalmente è arrivato il mio momento per darvi una ricetta facile facile che non potete dire di no. Andate al mare sbattendovene che casa sembra Nagasaki. Tornate poco prima che il supermercato chiuda per prendere 87 birrette. Apritene 86 dicendo “certo si sta bene qui in terrazza eh?!”. Alle dieci meno un quarto tirate fuori le piadine e gli affettati gentilmente finanziati da mamma, riempite con mozzarella di bufala e dimenticate pure come vi chiamate. E come direbbe Benedetta Parodi: “Molto comodo, molto bene”.

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